L’Umbria è una delle regioni d’Italia con il più alto numero di cacciatori in rapporto alla popolazione. Un dato che fa bene alla caccia, ma che comporta anche alcuni problemi legati alla gestione dei selvatici e del territorio. Di questo e di altri argomenti di attualità abbiamo ragionato insieme con il neo presidente della sezione regionale Federcaccia, Simone Petturiti, 51 anni, ingegnere elettronico, docente di informatica elettronica ed elettrotecnica negli istituti superiori, grande appassionato di caccia alla lepre.
Quali sono le cacce più tradizionali praticate nella sua Regione?
“Abbiamo un territorio che offre tante possibilità, per cui le cacce più praticate da noi sono quelle alla stanziale, alla lepre e al fagiano, c’è la migratoria da passo e da capanno. E, come è avvenuto anche in altre regioni italiane, negli ultimi decenni sono in netta crescita gli appassionati di caccia al cinghiale e quelli che amano andare a beccacce”.
Come si è evoluta la pratica venatoria negli ultimi anni in Umbria?
“In Umbria, dagli anni ‘80, a una caccia molto poco specializzata si è andato via via sovrapponendo un modo di cacciare molto più organizzato e specialistico. Innanzitutto con l’avvento della caccia al cinghiale, che ha avuto una sequenza di profondi passaggi organizzativi, in parte fatti autonomamente dai cacciatori e in parte imposti dagli enti preposti. Poi la stessa specializzazione ha toccato un po’ tutti i tipi di caccia praticati da noi, partendo da una delle più tradizionali e cioè quella alla lepre, che ha visto quasi sparire i piccoli cani da seguita a favore del segugio italiano puro di razza. Una situazione simile si è verificata con i cani da ferma, prima specializzati nel fagiano e poi con quelli da grande cerca alla beccaccia, mentre tanti cacciatori si dedicavano ai tordi e al colombaccio, con forti aumenti di richiami vivi e dei cosiddetti ‘volantini’. Purtroppo oggi soffrono le cacce con il cane, a parte quella al cinghiale. Per quanto riguarda la penna, dobbiamo dire che sono venuti a mancare i selvatici stanziali e sulla lepre bisogna ricordare che al giorno d’oggi esistono grandi difficoltà nella preparazione e nella cura dei cani”.
A inizio ottobre l’accordo di interscambio con la Toscana si era arenato. A che punto siamo? Qual è lo scopo e quali sono i vantaggi di tale accordo?
“Dalle ultime notizie, l’accordo è andato in porto ed è stato formalizzato intorno al 12 ottobre. I confini umbri sono tradizionalmente poco rispettati dai cacciatori nei due sensi di spostamento, i toscani tendono a venire per la lepre, mentre gli umbri ambiscono alla penna e alla migratoria toscane. Ormai da diversi anni con le regole imposte dagli Atc e grazie al rispetto di tali Ambiti, la caccia tra le due regioni è possibile solo con questi accordi ben definiti, che devono garantire pari opportunità, intese come tariffe equivalenti tra le regioni. La migratoria è un bene per certi versi non vincolato al territorio, ma la stanziale viene ripopolata e aiutata con investimenti importanti. È perciò giusto che nello spostarsi i cacciatori contribuiscano in maniera adeguata negli Ambiti dove cacciano. Anche la passione per il cinghiale è motivo di frequenti spostamenti fra le due regioni, ma non credo che siano sbilanciati, sono infatti convinto che i cacciatori che escono dai nostri confini siano, più o meno, quanti quelli che entrano”.
Oltre all’interscambio, altre due questioni erano sul tavolo con la Regione: deroghe per le specie problematiche e autorizzazioni per gli appostamenti fissi. Tutto risolto?
“Purtroppo la questione deroghe quest’anno incontra molti problemi in Umbria e nonostante le forti pressioni che abbiamo esercitato, nessuna è stata ancora concessa. Viceversa, la partita delle autorizzazioni degli appostamenti è totalmente risolta e sono arrivate praticamente tutte le autorizzazioni”.
Come sono i rapporti con le altre associazioni venatorie? C’è stato recentemente qualche problema con l’Arcicaccia…
“I rapporti con quasi tutte le associazioni venatorie sono ottimi e da alcuni mesi vengono emessi comunicati unificati tra le tre maggiori associazioni (Fidc, Enalcaccia e Anlc), ma anche con l’appoggio di Anuu e spesso pure di Cpa. Si è totalmente isolata Italcaccia, che comunque in Umbria è molto piccola, ma soprattutto una storica ‘sorella’ che è Arci ha preso molto le difese della politica della caccia e ha accettato supinamente svariate decisioni in senso restrittivo. Anche sull’argomento contributi per i danni provocati dai cinghiali le strade tra Arci e le altre associazioni si sono divise”.
Siete la Regione con una delle più alte, se non la più alta concentrazione di cacciatori. Quali problemi di gestione del territorio e della fauna comporta questa situazione?
“Per fortuna è vero che abbiamo un’altissima concentrazione di cacciatori, ma anche poca urbanizzazionee relativamente poca industrializzazione. L’Umbria è ancora molto basata sull’agricoltura e questo dà ancora la possibilità alla fauna di essere presente in quasi tutta la regione. Ovviamente, però, il numero elevato di cacciatori non aiuta le specie in difficoltà e in questo momento, come già anticipato poco sopra, c’è una vera crisi della caccia su penna, parliamo di fagiano, starna e pernice. Abbiamo cercato di sopperire con abbondanti lanci di selvaggina, ma Zrc sempre meno funzionanti, animali di allevamento sempre meno adatti e aumento sproporzionato di ogni sorta di predatore, stanno mettendo a dura prova la stanziale e di conseguenza la caccia a questi animali. Godono di buona salute le cacce al cinghiale, di selezione al capriolo, alla beccaccia e al colombaccio. Purtroppo si inizia a percepire un calo evidente dei cacciatori anche in Umbria e si aprono spazi nel territorio nei quali non è ancora facile stimare se gli animali cacciabili potranno rifiorire o saranno ulteriormente penalizzati dai troppi predatori ai quali il minor numero di cacciatori non metterà freno”.
Ci può illustrare le iniziative di gestione Fidc regionale sul territorio?
“Io sono presidente regionale da pochi mesi, ma la nostra struttura pensa prevalentemente a coordinare tutte le attività di massimo respiro regionale. Siamo impegnati quindi a interagire con gli enti, a seguire le vicende relative all’istituzione di aree protette, talvolta sfruttandole per istituirci Zone per il ripopolamento oppure Zac (Zone addestramento cani – Nda). Ci occupiamo di promozione e informazione dei tesserati, nonché di gare all’aperto in campo cinofilo e di tiro sportivo. Ci occupiamo, inoltre, dello studio delle norme intese come leggi e regolamenti e, di conseguenza, della produzione di proposte e documenti per progettare la caccia del futuro, compresa la realizzazione o modifica di leggi, regolamenti, piani e programmi per il bene degli appassionati”.
Parlando di cinofilia venatoria, chi sono i protagonisti che portano avanti questa tradizione nella sua regione?
“In regione ci sono svariati attori protagonisti della cinofilia, ma per non fare torto a nessuno, credo che possiamo citare chi dirige il settore sportivo e cinofilo: sono rispettivamente il presidente provinciale di Terni Giulio Piccioni, e l’ex presidente provinciale di Perugia Alessandro Barbino, insieme con il giudice Ezio Bordoni. L’intero settore si sta riorganizzando e stiamo apportando il nostro contributo per farlo migliorare”.
Tratto da “Caccia in Campania: uniti si cresce”, di Jacopo Foti, Caccia & Tiro 11/2021.
Il presidente di Federcaccia Umbria, Simone Petturiti, insieme con i suoi segugi dell’Appennino.






