LE MILLE SFUMATURE DELLA CACCIA LOMBARDA

In questo numero andiamo alla scoperta della caccia in Lombardia, una regione poliedrica sotto molti punti di vista, anche per ciò che concerne paesaggi e tipologie di cacce praticate. In questo viaggio ci accompagna Lorenzo Bertacchi, presidente della Federcaccia regionale. Attraverso le sue parole inquadriamo subito il teatro del nostro racconto: “La Lombardia è forse una delle Regioni con la maggior varietà di paesaggi, habitat e dunque specie selvatiche: ci sono le Alpi, la fascia collinare e montana delle Prealpi, delle Colline Moreniche del basso Garda, ci sono gli Appennini e in mezzo la pianura, più o meno coltivata, i laghi e il fiume Po, con alcuni dei suoi maggiori affluenti”.

Al presidente regionale abbiamo chiesto di descriverci il trend dell’attività venatoria lombarda, le attività di valenza ambientale e sociale messe in atto dai cacciatori, come questi ultimi hanno reagito alla pandemia da Covid-19 e come hanno affrontato i difficili momenti e le limitazioni di questi mesi. Emerge un racconto del mondo venatorio lombardo che parla di resilienza, impegno e grande passione.

Cosa può dirci, in generale, della caccia in Lombardia? Qual è, ad oggi, lo stato dell’arte?

La Lombardia ancora oggi conta un alto numero di appassionati, soprattutto nelle valli e in provincia. Di certo risente fortemente dell’urbanizzazione di sempre più persone, che quindi si distanziano sempre più dalle occasioni di contatto, con un mondo rurale che invece un tempo la faceva da padrone. In ogni caso la politica regionale è ancora attenta alle esigenze del mondo venatorio. Anzi, la caccia è ancora vista come risorsa, sia per l’indotto, sia per le potenzialità gestionali.

Può descriverci selvaggina e cacce tipiche della sua regione?

Si va dalla caccia da appostamento alla piccola migratoria alla caccia alla fauna tipica di monte con il cane da ferma, dalla caccia con il segugio alla lepre alla caccia alla beccaccia con il cane da ferma, dalla caccia alla stanziale con il cane da cerca o da ferma alla selezione a praticamente tutti gli ungulati cacciabili in Italia (ci manca solo il daino), dalla braccata al cinghiale alla caccia agli anatidi nelle tese o nelle lanche dei fiumi.

Quali sono le tipologie di caccia più praticate e quelle che si stanno diffondendo maggiormente oggi?

Di sicuro da Lecco sino ai confini con il Veneto la caccia regina era ed è ancora oggi la caccia da appostamento fisso alla piccola selvaggina. In pianura invece la caccia con il cane era ed è la più praticata. La caccia per antonomasia con il segugio era tradizionalmente quella alla lepre. In Zona Alpi la caccia agli ungulati ha radici lontane. Oggi sicuramente la caccia in braccata al cinghiale e quella di selezione agli ungulati risultano in maggiore crescita per numero di praticanti, ‘convertiti’ e nuovi.

Qual è il trend del numero dei cacciatori lombardi?

Per quanto riguarda quest’anno non è facile fare valutazioni sul numero dei cacciatori e credo che gli effetti legati al Covid si vedranno successivamente. Tra i cacciatori lombardi abbiamo avuto nel corso degli anni un forte calo dovuto all’assenza di ricambio generazionale. Abbiamo una perdita annua che si attesta attorno al 4-5%, non uguale in tutte le province. Quest’anno abbiamo avuto un’ulteriore perdita del 2% dovuta alla situazione sanitaria. Ovviamente ci sono territori dove il calo è meno evidente e altri dove lo è di più. Tale fenomeno è legato anche alla tipologia di caccia diffusa in una determinata zona. Dove è più praticata la caccia da appostamento fisso, come nelle province di Bergamo e Brescia, i cacciatori continuano più a lungo, il limite di età in cui smettono si sposta in avanti.

La Lombardia è stata ed è una delle regioni più colpite dal Covid-19. Come si è attivato il mondo della caccia?

La solidarietà innanzitutto. Da noi poi si sente molto lo spirito di corpo degli Alpini, che di fatto attraverso chi ha prestato servizio militare si riversa in tutto il tessuto associativo. E in secondo luogo, ma non per importanza, per la particolare sensibilità che i cacciatori hanno verso la vita, e non solo umana. A mio avviso il fatto di cacciare rende più consapevoli di cosa significhino vita e morte.

Quali ripercussioni sta avendo l’emergenza sanitaria sulla caccia lombarda e quali conseguenze potrebbero esserci in futuro?

La ripercussione più tangibile ora è quella del malcontento dei cacciatori che giustamente non tollerano che si possa andare a correre in strada in mezzo alla gente e non si possa invece isolarsi nei boschi o nelle campagne. Per il rischio di contagio la caccia è certamente attività a rischio zero. E poi c’è ora anche un sentimento di frustrazione, di fronte al fatto che questo Governo di inetti non ha mai nemmeno avuto il coraggio di prendere posizione chiara sull’attività venatoria, lasciando tutti nel limbo a lambiccarsi il cervello su cosa si potesse e cosa non si potesse fare. Peraltro molti cacciatori hanno addossato le colpe alle Associazioni venatorie, come se queste, oltre a rappresentare e difendere le giuste ragioni dei cacciatori, avessero poi anche potere di decidere quali attività rientrassero e quali no tra quelle per cui erano giustificati gli spostamenti. Il rischio è che molti, esausti per questa situazione di incertezza, appendano il fucile al chiodo.

Oltre alle conseguenze della pandemia, quali sono le maggiori problematiche legate alla caccia nella sua regione?

Sicuramente quelle che oramai affliggono tutte le Regioni italiane: dalla pianificazione faunistico venatoria alla predisposizione dei calendari stagionali. Tra i ricorsi al Tar delle associazioni animaliste e le Valutazioni di incidenza ambientale, ormai si è destinati all’incertezza anche durante la stagione venatoria e le strategie che possono portare a ulteriori restrizioni aumentano sempre di più. Tra le ultime penso al divieto dell’uso del piombo nelle zone umide e, ancora, alle linee guida per la gestione dei galliformi alpini.

A che punto è la questione che riguarda i roccoli e i capanni?

Per i roccoli da anni ripeto che serve un cambio di prospettiva e di approccio: o si pensa di tener vivi questi impianti per la loro importanza storica, paesaggistica e culturale (come fanno i francesi per la caccia con il vischio) o, se si immagina di poterne giustificare l’apertura unicamente sulla base dell’esigenza di rifornire i capannisti di richiami di cattura, ben difficilmente riusciremo a spuntarla. L’esito dei tentativi degli ultimi tre anni è tranchant. Per quanto riguarda i capanni i problemi sono al momento ‘indiretti’: da una parte abbiamo sempre più atti di danneggiamento agli appostamenti, dall’altra i problemi relativi all’allevamento dei richiami vivi e al loro uso. Inoltre i capannisti sono più soggetti a controlli (anche con manipolazione dei richiami, cosa che ne può compromettere l’uso per l’intera stagione) e, purtroppo, ci sono agenti e/o volontari che si pongono in maniera preconcetta, facendo sentire il cacciatore quasi un criminale, anche nel caso in cui tutto risulti in ordine.

Gestione e ricerca sono aspetti fondamentali per il mondo venatorio: quali sono i progetti di gestione e ricerca realizzati e quelli che state portando avanti?

Federcaccia Lombardia crede moltissimo in questi aspetti. Abbiamo finanziato due importantissimi progetti di ricerca, svolti sul periodo di 3-4 anni: uno sulla fenologia della migrazione della cesena, con tecnologia radio-satellitare, condotto dall’Università degli Studi di Milano. L’altro progetto invece ha avuto come protagonista la lepre nelle aree di ripopolamento e cattura, volto allo studio degli habitat, della loro influenza sulla specie, e dell’etologia e della sopravvivenza di esemplari di cattura in loco, di allevamento e di cattura estera. A breve pubblicheremo i risultati. Da qualche anno, inoltre, ci avvaliamo della collaborazione della dott.ssa Antonella Labate, biologa, e di tecnici faunistici. Abbiamo partecipato anche ai tavoli per il nuovo Piano di sviluppo rurale: la conservazione di habitat e di fauna selvatica non possono infatti prescindere oggi da pratiche agricole compatibili e sostenibili. Il nostro impegno si inserisce poi nel più ampio impegno di Federcaccia nazionale, che sta investendo tantissimo in ricerca.

La valorizzazione della carne di selvaggina in cucina, grazie anche alla collaborazione con la Fondazione Una, vi ha visto protagonisti in diverse occasioni. Finita l’emergenza riprenderete?

È fondamentale. A Bergamo grazie a questa iniziativa oggi ci sono macellerie che puntualmente hanno sul banco selvaggina e preparazioni gastronomiche a base di selvaggina. E il fatto che un cittadino, non cacciatore, possa acquistare carne di selvaggina a km zero dal proprio macellaio di fiducia restituisce alla caccia quel ruolo sociale ancestrale che le è proprio. Anche per la ristorazione poi è stata ed è un’occasione molto importante: preparazioni moderne stanno facendo riscoprire la bontà di carni salubri, biologiche ed etiche. Restituendo anche qui un’aura di ‘normalità’ alla pratica venatoria. Del resto non dobbiamo dimenticare che molto spesso chi si commuove guardando ‘Bambi’ in Tv, si commuove parimenti (gastronomicamente parlando) assaporando una tartare di cervo.

Qual è il rapporto tra i cacciatori e l’opinione pubblica lombarda?

È un rapporto a doppio binario: da una parte ci sono le grandi città, dove ormai impera l’idea che una bistecca non sia un taglio di un animale vivo fino a pochi giorni prima, e qui ovviamente sono pochi coloro che considerano la caccia come parte del tessuto sociale; dall’altra c’è la provincia, dove c’è ancora un minimo di idea che per mangiare il petto di pollo forse è necessario che qualcuno prima gli abbia tirato il collo: qui la caccia è percepita come una attività ancora ‘normale’.

Portate avanti anche iniziative divulgative, ad esempio nelle scuole?

Ci sono bravissimi presidenti di sezione comunale che sono riusciti ad entrare in qualche istituto scolastico e, una volta partiti, è sempre stato il corpo docente a cercarli per ripetere le iniziative. Noi andiamo a parlare di fauna, non di caccia: pensiamo di avere conoscenze enormi da mettere a disposizione. Federcaccia Brescia poi ha realizzato un progetto bellissimo, che continuerà a portare avanti non appena passata l’emergenza. E come Federcaccia Lombardia stiamo preparando un progetto formativo replicabile, un format che le varie sezioni possano proporre agli istituti scolastici.

Come è il vostro rapporto con le Istituzioni?

A livello regionale riteniamo sia molto buono: cerchiamo sempre di essere corretti e rispettosi dei ruoli. Le nostre critiche e le nostre proposte sono sempre motivate e, soprattutto, proponiamo sempre soluzioni prestando la massima attenzione alla sostenibilità giuridica di quanto chiediamo. Quando vengono impugnati atti regionali come il calendario venatorio, interveniamo a sostegno dell’Ente (ad oggi per fortuna non abbiamo mai dovuto impugnare noi il calendario), ma d’altra parte, proprio per il fatto che ci poniamo in modo credibile e sempre con istanze motivate anche giuridicamente, siamo sempre pronti anche ad impugnare gli atti della Regione, come già avvenuto in passato, ad esempio per il Piano faunistico provinciale di Bergamo o altri provvedimenti.

Una qualche forma di collaborazione tra mondo ambientalista e venatorio è possibile? Come sono i rapporti tra cacciatori e ambientalisti lombardi?

Se devo essere sincero ci credo poco. Purtroppo ormai anche il mondo ambientalista che si reputa serio è in preda ad una deriva animalista. Ormai si confonde l’ambientalismo con l’essere contro la caccia. Un esempio su tutti la nutria, che sarebbe da eradicare ma che tutti difendono. Ma la nutria è solo un esempio eclatante rispetto ad altre emergenze faunistiche, rappresentate ad esempio dallo scoiattolo grigio americano o, ancora, dall’ibis sacro. L’ambientalismo si prefigge oggi la tutela di habitat, ma troppo spesso non considera con attenzione che senza un’attenta gestione questi sono destinati a scomparire: habitat come i pascoli alpini, agli ambienti palustri, fino alle risaie della Lomellina sono destinati a svanire senza il lavoro dell’uomo per mantenerli. Gli ambientalisti vorrebbero gli habitat di cent’anni fa, senza capire che erano frutto del lavoro dell’uomo e non della natura selvaggia, anche con riferimento al controllo di talune specie che, se non gestite, portano alla scomparsa di altre, con impoverimento della biodiversità. Ad oggi purtroppo non vedo nel mondo ambientalista (quanto meno quello ‘tradizionale’) realtà pronte a parlare di ambiente senza ridurre il tutto a ‘divieto di caccia.


“Le mille sfumature della caccia lombarda” di Valeria Bellagamba, Caccia & Tiro 2/2021.


 

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