STEFANO RAVELLI, ASSOCIAZIONE CACCIATORI TRENTINI

Attraverso le parole di Stefano Ravelli, dell’Associazione cacciatori trentini, esploriamo un mondo venatorio profondamente ancorato alle tradizioni mitteleuropee, in una terra, il Trentino, che è un ponte naturale tra due culture. Parliamo quindi con lui di storia, cultura e gestione faunistica, soprattutto di una caccia che affonda le sue radici nella felice fusione dei principi della legislazione austriaca e di quelli della legge nazionale, che consentono di superarne i difetti e di coniugarne i pregi. Siamo nella Provincia autonoma di Trento, nel regno delle Riserve comunali.

L’Associazione cacciatori trentini è, per legge, Ente gestore del territorio, con strettissimi legami con la Provincia autonoma. Quali impegni comporta questo ruolo? Qual è il polso dei rapporti con l’Ente locale?
Due sono i punti fondamentali che contrassegnano la specificità e il ruolo dell’Associazione cacciatori trentini. Il primo è rappresentato da un sistema di caccia storicamente fondato sul cosiddetto regime riservistico, che stabilisce uno stretto legame cacciatore-territorio con conseguente forte senso di appartenenza e di responsabilità; il secondo è, appunto, l’attribuzione ex lege del ruolo di Ente gestore della caccia per la Provincia di Trento ed il conseguente affidamento della gestione delle tre specie di ungulati (capriolo, cervo e camoscio) più rappresentative del panorama faunistico provinciale. In tale contesto, l’Associazione si assume la responsabilità della gestione diretta della caccia nelle Riserve, dall’adozione dei Regolamenti interni per l’esercizio venatorio al rilascio dei permessi previa riscossione del contributo finanziario, alla partecipazione alla vigilanza venatoria, e della gestione di un bene collettivo di valore, qual è quello faunistico. Ciò ha portato nel tempo ad adeguare l’assetto associativo alle nuove competenze attraverso adeguate forme organizzative interne, che vedono un forte coinvolgimento e responsabilizzazione dei propri organi decentrati, nonché l’assunzione e l’ingresso nell’organizzazione di nuove figure tecniche laureate con funzioni specifiche di progettazione e programmazione delle attività gestionali. Una tale impostazione comporta un grosso impegno dell’intero apparato tecnico e associativo per buona parte dell’anno: si pensi che solo per le operazioni di censimento notturno del cervo sono più di 250 gli equipaggi destinati ai conteggi e più di 12.000 i km percorsi, così come innumerevoli sono le giornate destinate al ripristino e miglioramento degli habitat faunistici.
Il coinvolgimento e la responsabilizzazione diretta dell’Associazione cacciatori trentini nella gestione ha consentito, pertanto, da un lato di riappropriarsi di una funzione storicamente attribuita ai cacciatori, dall’altro va visto come un segnale di riconoscimento delle capacità e della professionalità dimostrate dalla componente venatoria. Ciò non vuol dire peraltro che i rapporti con i Servizi provinciali competenti siano sempre lineari e collaborativi nel senso che, in determinati contesti, affiora a volte, soprattutto quando ci si confronta con soggetti che non conoscono bene la nostra realtà, un approccio pregiudizialmente diffidente nei confronti del mondo venatorio”.

Lei è un appassionato di storia della caccia in Trentino. Dai suoi studi quali peculiarità locali sono emerse?
La peculiarità del mondo venatorio trentino sta, sostanzialmente, nell’essere una sintesi, un ponte fra due culture venatorie, quella mitteleuropea e quella italiana. Le Riserve comunali di caccia si fondano infatti sulla felice fusione dei principi della legislazione austriaca e di quelli della legge nazionale, e permettono di coniugarne i pregi (per il sistema austriaco: stretto legame del cacciatore con il territorio, forte senso di responsabilità nella gestione della selvaggina vista come frutto del territorio da utilizzare con parsimonia, conservare ed implementare; per il sistema italiano: possibilità di accesso all’esercizio venatorio estesa a tutte le classi sociali e maggiore democraticità) e di superarne i difetti (il sistema degli appalti austriaco, così come concepito alla metà dell’Ottocento e rimasto poi immutato sino all’anno 1931, di fatto riservava la caccia ai ‘levatari’, cioè a coloro che si aggiudicavano all’asta le concessioni di caccia dei territori comunali, e quindi escludeva di fatto dalla caccia gran parte della popolazione e degli stessi residenti nel Comune, provocando per reazione il bracconaggio; il sistema italiano fondato sul concetto della selvaggina quale res nullius (cosa di nessuno) e sulla libera circolazione dei cacciatori, il ‘nomadismo venatorio’, metteva in pericolo la conservazione della fauna). Per tale via il diritto di cacciare nelle Riserve comunali, anziché essere riservato ai pochi facoltosi vincitori delle gare di appalto indette dai Comuni, fu esteso a tutti gli appartenenti all’Associazione provinciale dei cacciatori, ossia (stante l’obbligatorietà all’epoca dell’iscrizione all’Associazione per esercitare la caccia) a tutti i cacciatori pur mantenendo, al fine di garantire la protezione del patrimonio faunistico, il sistema riservistico.
Altro tratto peculiare della realtà venatoria trentina è rinvenibile nella creazione di un’associazione provinciale dei cacciatori che, sin dai primi tentativi di fine Ottocento, ha messo al centro della sua azione la tutela della fauna e la lotta al bracconaggio, facendosi a tal fine promotrice di un accrescimento culturale dei cacciatori tale da portarli a sentirsi gestori responsabili e primi custodi della selvaggina, introducendo e propugnando già all’inizio degli anni Venti dello scorso secolo concetti di gestione venatoria antesignani di quelli odierni (al riguardo, basti ricordare i volumi della Biblioteca Venatoria scritti da Sisinio Ramponi editi negli anni 1926-1928) e dotandosi, appena finita la Seconda guerra mondiale, di un corpo di guardiacaccia pagato dai cacciatori; i cacciatori trentini inoltre, ben prima che l’ambientalismo diventasse di moda, si sono concretamente posti in prima fila nella difesa delle specie minacciate e dell’ambiente (risalgono ancora agli Venti del ’900 i primi appelli del mondo venatorio per la protezione dell’orso trentino, così come ai primi anni Cinquanta le denunce dei pericoli per la fauna minore derivanti dal dilagare dell’impiego dei pesticidi in agricoltura). Attualmente questa organizzazione si fonda sul lavoro dei propri dipendenti (tra cui un direttore generale, un direttore tecnico, 5 tecnici faunistici, 31 agenti con compiti principalmente tecnico-gestionali e di vigilanza oltre al personale amministrativo) e sull’essenziale apporto volontaristico di 209 rettori delle Riserve comunali e di migliaia di associati”.

Da voi gli ungulati sono i selvatici protagonisti. Esistono altre cacce? E come vengono tutelate?
Certamente vi è un grande interesse e una diffusa specializzazione dei cacciatori verso gli ungulati. Nondimeno, in un territorio come quello Trentino a forte connotazione alpina, dove più del 70% della superficie provinciale si colloca sopra i 1.000 m di quota e più dell’80% è costituito da boschi e pascoli, la caccia con il cane da ferma ai tetraonidi e ai galliformi alpini, ma anche alla beccaccia, è tuttora sentita e praticata, anche se gli incontri non sono più quelli di un tempo. Con specifico riferimento al gallo forcello, in particolare, è inoltre via via maturata nei cacciatori la consapevolezza dell’importanza della conservazione e della gestione degli habitat e il conseguente impegno, sia finanziario (nel bilancio del solo 2021 sono previsti 185.000 euro a favore di queste iniziative), sia diretto nella realizzazione degli interventi, è davvero notevole.
Altrettanto ben rappresentati sono i segugisti con più di 1.000 praticanti la caccia alla lepre sui 6.000 cacciatori trentini. Negli ultimi decenni la lepre ha raggiunto buone densità, soprattutto negli ambienti coltivati. Costante è l’impegno rivolto al monitoraggio delle popolazioni e, in alcune Riserve, ad una valutazione della sostenibilità del prelievo attraverso un approccio gestionale attento alle effettive esigenze della specie.
La caccia da capanno all’avifauna migratoria (turdidi) con l’uso di richiami è praticata con assiduità soprattutto in alcune vallate del Trentino, dove maggiormente radicata è la tradizione verso questa pratica venatoria che, nonostante le limitazioni vigenti, vede comunque un buon numero di appassionati.
L’impegno dei cacciatori trentini nei confronti e a tutela della caccia alla tipica alpina, della caccia con il segugio e della migratoria si riassume nella costante raccolta di dati di presenza, dei prelievi, nell’attuazione di progetti di miglioramento e ripristino ambientale, di formazione e accrescimento delle conoscenze nei confronti dei soci”.

Recentemente sono apparsi molti articoli sulla gestione dell’orso, sia in natura, sia in cattività (il Centro di recupero di Casteller ormai è famigerato come Centro di detenzione). Qual è la via corretta da seguire?
“L’orso, come il lupo, genera conflitti anche aspri con alcune categorie, soprattutto gli allevatori, e genera anche allarme sociale. Quel che manca è un approccio razionale e pragmatico nella gestione dell’orso e dei grandi carnivori in generale, e una capacità a mediare tra le esigenze di tutti i portatori di interesse, tra chi porta argomentazioni soltanto emotive in un senso o nell’altro. Quel che è certo, è che non è pensabile gestire una specie dove, statisticamente, singoli individui assumono comportamenti pericolosi, problematici o particolarmente dannosi, senza considerare lo status della popolazione nel suo complesso che oggi, in Trentino, conta più di cento esemplari. Il problema non si risolve rinchiudendo gli orsi ‘cattivi’ in un recinto.
Ciò vale sia dal punto di vista biologico che dal punto di vista dell’accettazione sociale, a partire dal presupposto che la buona gestione ha bisogno di scelte tecnico-scientifiche”...

A proposito del lupo, è un’altra sfida gestionale da affrontare.
Di fronte al suo costante aumento, la sfida della sua coesistenza con le genti di montagna, ma anche con altre specie faunistiche, si dovrebbe incentrare su una strategia impostata su una gestione attiva e sostenibile della specie (come già accade ad esempio in Francia e in Svizzera), essendo questo uno dei modi più efficaci, garantito lo stato di conservazione soddisfacente, per aumentare la sua accettazione sociale, evitando che si diffonda la sensazione di un fenomeno fuori controllo.
La coesistenza uomo-lupo è una sfida difficile che potrà essere vinta solo portando il tema della conservazione e gestione della specie fuori da approcci ideologici e irrazionali, puntando invece sul versante della gestione attiva anche attraverso il coinvolgimento della componente venatoria che, del resto, è già operativa nel campo della raccolta dati su presenza, distribuzione e impatto della predazione sulla fauna”.

Lei è un appassionato cacciatore. Qual è la sua passione?
La caccia che prediligo è quella al camoscio: mi ha sempre affascinato sin da ragazzino per il suo carattere tradizionale e per il contesto in cui si svolge, specialmente negli ultimi mesi dell’anno. Ma soprattutto perché è una forma di esercizio venatorio nella quale l’applicazione pratica delle conoscenze gestionali (riconoscimento delle varie classi di età e di sesso) è particolarmente gratificante; tant’ è vero che, appena maturati i requisiti, a 24 anni feci subito l’esame di esperto accompagnatore (correva l’anno 1987…) e da allora la passione della caccia al camoscio non mi ha più abbandonato, anzi, si è sempre più incrementata”.


Tratto da “Trentino, un ponte tra due culture”, di Marco Calvi, Caccia & Tiro 6/2021


Stefano Ravelli: “L’impegno dei cacciatori trentini nei confronti e a tutela della caccia tipica alpina, della caccia con il segugio e della migratoria si riassume nella costante raccolta di dati di presenza, dei prelievi, nell’attuazione di progetti di miglioramento e ripristino ambientale, di formazione e accrescimento delle conoscenze nei confronti dei soci”.


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