È da poco più di un anno che l’avv. Giovanni Ciccarese ha assunto la carica di presidente Federcaccia Puglia e sin da subito si è trovato ad affrontare un’ondata di ricorsi promossi in particolare da un’Associazione ambientalista, più o meno sconosciuta nel resto d’Italia. Una situazione che lo ha indotto a creare dei gruppi mirati sui social media per mantenere sempre aggiornata la comunicazione tra tutta la base, coinvolgendo quindi i dirigenti Fidc pugliesi: dai regionali ai comunali. Ciccarese ha partecipato anche alla costituzione di una Cabina di regia delle Associazioni venatorie del territorio che, “tra alti e bassi”, coopera da quasi 3 anni, contribuendo a fornire un’immagine più coesa del mondo venatorio agli Enti politici e territoriali che si occupano di caccia. Ma a questo punto, ad illustrarci la realtà in cui opera la Federcaccia regionale, è proprio il presidente Ciccarese, a partire dalle
peculiarità “fisiche” della Puglia, dalle tradizioni venatorie, come sono cambiate e perché, dal tipo di caccia attualmente più in auge…
“Parlare di caccia in Puglia non è semplice – esordisce il nostro interlocutore – Il fatto che con 4.100.000 abitanti ha circa solo 21.000 cacciatori è già indicativo di come la regione non ha grandi territori faunisticamente importanti, data anche la sua conformazione lunga e stretta, circondata com’è da due mari. L’assenza quasi totale di montagne, fiumi e laghi, poi, l’ha da sempre disegnata come una regione tendenzialmente arida, il che si ripercuote naturalmente sulla presenza o meno di fauna e di cacciatori. La zona più generosa in termini di territori cacciabili è quella del foggiano, con il Tavoliere a farla da padrone che, ancora oggi, offre belle soddisfazioni venatorie per la presenza di allodole, ridottesi purtroppo fortemente di numero negli ultimi anni. In questa provincia, comunque, come anche nella sesta provincia (Barletta-Andria-Trani – Nda), oltre alla migratoria, si è andata via via diffondendo la caccia agli ungulati, con una discreta percentuale di cinghiali, il cui prelievo non è stato però ancora ben regolamentato dalla Regione, arrivata in ritardo ad un appuntamento per la verità nuovo, poiché la distribuzione massiccia del cinghiale si è verificata appunto solo di recente. Le altre province, invece, si equivalgono più o meno per tipo di caccia, con una forte prevalenza alla selvaggina migratoria. Fino a qualche anno fa questa forma era praticata con grande successo specie nel Salento, spesso investito da vere e proprie invasioni di turdidi: tordi bottacci, sasselli, cesene, merli e tordele. Ma di recente questo tipo di caccia è entrato in crisi, a causa della diminuzione dei migratori, non più presenti ormai come una volta ed anzi, quasi assenti. Fenomeno dovuto sicuramente ai cambiamenti climatici, in quanto è stato notato un notevole rialzo delle temperature, che ha caratterizzato tutta l’Europa e in particolare l’estremo lembo d’Italia, dove la temperatura, secondo studi scientifici della Luiss, sta salendo di un grado all’anno. Ciò ha portato quindi intere colonie di turdidi a cambiare direzione nella migrazione, fermandosi ad altre altitudini o deviando il percorso verso Paesi più freschi”.
Alla rarefazione dei migratori “di casa” ha dato una mano consistente pure il batterio della Xylella fastidiosa, causa della moria di milioni di ulivi in Salento che rappresentavano, grazie ai loro preziosi frutti, la principale fonte di sostentamento invernale dei turdidi. “Stiamo assistendo insomma – continua Ciccarese – ad un cambiamento veloce dell’ecosistema, anche per la presenza di uccelli che prima arrivavano con i migratori estatini e che ora nidificano stabilmente in Puglia, come falchetti, upupe, gruccioni, varie specie di corvidi. Contemporaneamente, sono aumentati i cinghiali, addirittura anche nel Salento, dove a volte sono comparsi sulle note spiagge affollate di turisti”. Tra le novità da rilevare in questi cambiamenti generali, la presenza del colombaccio che sostava nella regione dal mese di ottobre in avanti, mentre di recente se ne contano colonie di migliaia di esemplari che nidificano stabilmente su tutto il territorio. “Quella del colombaccio è stata forse l’unica novità positiva della caccia in Puglia in questi ultimi anni. è logico che, di fronte al cambiamento climatico, la gestione della caccia, e del territorio quindi, potrebbe rappresentare una grossa novità per la regione e fondamentale dovrebbe essere l’attività degli Ambiti territoriali”.

E a proposito di come dovrebbe essere condotta la gestione degli Atc, l’avv. Ciccarese ha le idee molto chiare: “La legislazione regionale, ultimamente, è peggiorata, caratterizzandosi in un accentramento delle funzioni in capo alla Regione.
Gli attuali Ambiti si sono distinti per una gestione poco lungimirante della fauna e del territorio, con pochissimi progetti di ripristino ambientale e una scarsa attenzione rivolta essenzialmente ai soliti ripopolamenti di lepri e fagiani che, tranne rare eccezioni, come nel brindisino, non trovano grande ospitalità sul territorio regionale, diventando merce rara durante la stagione di caccia, perlopiù vittime del bracconaggio, delle volpi o di altri predatori. È mancata e manca una politica di ampio respiro che riesca a porre gli Atc al centro della scena faunistica e territoriale, con il rischio di trasformarli in carrozzoni di nessuna utilità per i cacciatori e per il territorio”.
A questo modus operandi nella gestione faunistica, si aggiunge la difficoltà di continuare ad avere un’opinione pubblica che rema contro i seguaci di Sant’Uberto. Non si sono fortunatamente ancora verificati in Puglia casi di danneggiamento e disturbo che hanno interessato invece altre regioni, ma sta di fatto che non è davvero facile riuscire a “scardinare” un modo di pensare così radicato nelle persone. “Si fatica a conquistare la benevolenza degli abitanti, spesso gelosi anche del proprio orticello, che vedono il cacciatore come un invasore delle loro proprietà o nemico dell’ambiente, del quale però non sembrano preoccuparsi quando ci sono altri interessi in ballo, magari economici”.

Un’altra criticità, che si evince dalla chiacchierata con il dirigente pugliese, è che lo stesso ruolo delle Associazioni venatorie non sempre viene apprezzato come dovrebbe dai cacciatori stessi. “I cacciatori pugliesi, ma credo un poco tutti i cacciatori italiani, hanno una falsa immagine ed un errato concetto dell’appartenenza ad un’Associazione venatoria. Spesso si pretende che l’Associazione presso la quale si sottoscrive la tessera annuale provveda gratuitamente a tutti i loro bisogni e pertanto al disbrigo delle pratiche per il rinnovo annuale, in caso di sinistro o incidente di caccia, morte del cane, scoppio del fucile, del porto d’armi alla scadenza ecc. Questa concezione li porta erroneamente a pretendere sempre di più dalle proprie Associazioni, specie in materia di tutela dei propri diritti, sempre più limitati e contestati dagli anticaccia. In questi ultimi tempi le Associazioni venatorie si sono dovute sobbarcare enormi costi per resistere dinanzi ai vari tribunali, dove si discuteva di calendari, oasi, parchi, zone di protezione e quant’altro, con costi che superano di gran lunga la quota spettante alle stesse. Occorre pertanto che il cacciatore prenda coscienza che una cosa è la tessera assicurativa ed un’altra la protezione della sua passione, che comunque le Associazioni cercano di garantire tra mille sacrifici e hanno assicurato sino ad oggi. Non dimentichiamo poi che il presidente della sezione locale, ma su su fino al provinciale e regionale, non ricevono per il loro lavoro, che li impiega spesso per molte ore al giorno, sottratte al lavoro, alla famiglia e anche alla caccia visto che siamo anche noi appassionati, nessuna retribuzione e quello che fanno è dovuto solo a un forte impegno volontario. Anche questo è un aspetto che i cacciatori troppo spesso dimenticano o travisano”.
A fronte di quanto sin qui descritto, abbiamo chiesto a Ciccarese quali sono i passi da compiere, ormai ineludibili, considerata anche e soprattutto la situazione generata dalla pandemia: “Da tempo la Fidc è impegnata in un confronto con la Regione per il rifacimento del Piano faunistico-venatorio, che non riesce a trovare la luce e va modificato, riaprendo molti territori alla caccia libera, posto che, nel frattempo, altri contesti destinati alla caccia programmata sono invece diventati parchi, oasi o zone abitate, con asfissia del territorio, come avvenuto nella zona del tarantino. E anche l’attività venatoria è stata influenzata dalla pandemia. L’inserimento della Puglia nella Zona arancione (nel momento in cui andiamo in stampa – Nda) ha provocato non pochi problemi, perché è possibile esercitare la caccia solo nel comune di residenza, con ulteriore protesta da parte dei cacciatori, specie di quelli che non hanno territorio a disposizione per praticarla”.
L’emergenza sanitaria ha innescato anche in Puglia, come nel resto del Paese, piccoli e grandi gesti di solidarietà. E la Federcaccia pugliese dal canto suo si è prodigata in alcune iniziative molto interessanti: “Specie durante la prima ondata dell’emergenza sanitaria, la nostra Associazione si è distinta per numero e qualità di iniziative a sfondo sociale, con la raccolta fondi per famiglie in difficoltà e la consegna di migliaia di mascherine alla Protezione Civile delle varie province, come a Lecce”. Iniziative solidali che appartengono, indipendentemente dallo status dettato dal Covid-19, al Dna della Fidc Puglia, così come a tutta la realtà associativa Federcaccia, sottolinea il presidente regionale: “Vengono organizzate gare di beneficenza a favore dell’Associazione per la cura della Sla (Fidc San Severo), o il Salvadanaio Solidale di Cuore Amico, che raccoglie fondi per i bambini disabili (Fidc Lecce) e tante altre piccole iniziative che hanno ricevuto il plauso dell’opinione pubblica. Come Federcaccia ci siamo distinti anche nel campo della repressione degli abusi ambientali. La sezione di Lecce ha creato il nucleo Ecofedercaccia provinciale, che si occupa di rinvenire e denunciare le discariche abusive del territorio, con successiva rimozione di detriti, carcasse di automobili, amianto e perfino residui bellici. Questa attività è coordinata da un esperto economista ambientale, specializzato in gestione della fauna selvatica, che collabora con la Federcaccia provinciale”.

Restando in tema di azioni concrete sul territorio, va evidenziata quella, unica finora presente nel Meridione d’Italia, portata avanti dall’Atc di Foggia, grazie a un progetto per l’ambientamento della selvaggina che ha trovato la sua base operativa nel Casone Lamele di Cerenza Valfortore. “Qui nascerà infatti anche una vera e propria scuola di caccia, aperta ai bambini delle scuole elementari e medie, che finalmente studieranno cos’è l’attività venatoria, come si diventa cacciatori e come si può esercitare la caccia nel rispetto dell’ambiente. La scuola è aperta anche a cacciatori, aspiranti cacciatori ed agricoltori, non solo pugliesi. L’apertura agli agricoltori è importante, perché verranno fatte lezioni sull’uso dei pesticidi, sulla bruciatura delle stoppie ed altre nozioni fondamentali per la gestione di un’agricoltura sostenibile, con il rilascio di un patentino finale”.

Prima di salutare Giovanni Ciccarese, dobbiamo necessariamente porgli un’altra domanda, quella in un certo senso riepilogativa di tutta la nostra piacevole chiacchierata, Precisamente, come vede il futuro della caccia in Puglia. “Per il futuro della caccia in Puglia, – ci dice – con la diminuzione della migratoria, gli Atc e le Associazioni venatorie dovranno assumersi l’onere e l’impegno, non più rinviabili, di migliorare il territorio oggetto di caccia, con interventi mirati alla creazione di zone umide in ogni comune, o di boschi; la concessione di incentivi ai proprietari terrieri che vogliano produrre graminacee per attirare selvatici, come la tortora africana, il cui passaggio veloce e sempre più diradato può essere assicurato solo con campi di girasole o mais all’uopo destinati; la realizzazione di pozze d’acqua permanenti, in grado di abbeverare i selvatici impiegati per il ripopolamento, spesso soggetti a moria durante le calde estati pugliesi a causa della siccità, che può durare mesi; la sperimentazione di progetti di reinserimento di altre specie, come la starna, più volte bocciati dagli Enti preposti, ma che riuscirebbero a diversificare la caccia. Una serie di interventi fondamentali, quindi, per preservare ancora la caccia in Puglia, terra di antichissime tradizioni venatorie e che, forse più di tante altre regioni, sta soffrendo i mutamenti climatici e di mentalità che stanno interessando la nostra nazione”.
“La Puglia venatoria sotto i riflettori”, di Francesca Domenichini”, Caccia & Tiro 12-01/2020-21.



