Gli italiani che non la praticano e non hanno un cacciatore in famiglia o nella cerchia degli amici più stretti, per loro stessa ammissione della caccia, delle leggi che la regolano e di come viene svolta non sanno niente. Nella migliore delle ipotesi non se ne interessano, né in un senso né nell’altro. Nella peggiore, purtroppo, prendono per buone informazioni basate prevalentemente su emozioni e posizioni personali piuttosto che sui fatti. Troppo spesso prevalgono semplificazioni, pregiudizi e luoghi comuni… Eppure, come ho già avuto modo di accennare da questo spazio, dietro la figura del cacciatore moderno si cela una realtà ben più complessa, responsabile e utile alla collettività. Un fatto che non manca mai di essere riconosciuto dalle Istituzioni, dalle Associazioni agricole e dagli ambienti scientifici – almeno quando non rispondono a ideologie che con la scienza nulla dovrebbero avere a che fare su nessun tema – ma che non riesce a essere trasmesso alla società. È emerso con chiarezza anche durante il recente appuntamento organizzato dalla Federazione Italiana della Caccia dedicato alla Peste Suina Africana (PSA), un’emergenza sanitaria che coinvolge direttamente il patrimonio faunistico, agricolo ed economico del nostro Paese. Durante l’incontro, di cui potete leggere la cronaca in questo stesso numero, è emerso un concetto fondamentale: i cacciatori non sono semplici fruitori del territorio, ma veri e propri operatori attivi nella prevenzione e gestione di questa potenziale calamità. Essenziale, è stato sottolineato anche in numerose occasioni dallo stesso Commissario Straordinario per la PSA, l‘impegno messo in campo: dalla ricerca delle carcasse di cinghiali potenzialmente infette al depopolamento richiesto per arginare la diffusione del virus. È fondamentale chiarire e ribadire la differenza tra l’attività venatoria regolamentata e gli abbattimenti di controllo, che avvengono su mandato delle Istituzioni con finalità sanitarie, come in questo caso nelle zone colpite dal virus, o di tutela dell’agricoltura come accade in pratica ogni giorno in tutta Italia. In questi contesti, il cacciatore non è un semplice “appassionato di caccia”, ma un tecnico del territorio, un volontario – anche questo aspetto è bene sottolinearlo – preparato, formato, capace e disponibile a intervenire dove le autorità ritengano serva il suo operato. Lo stesso vale per il monitoraggio delle zoonosi come la West Nile Disease, o Febbre del Nilo, e l’influenza aviaria, che da anni vedono coinvolti numerosi volontari (per restare in casa FIdC i soci ACMA ad esempio), in collaborazione con le autorità sanitarie. In questi ambiti, i cacciatori svolgono un ruolo chiave nel controllo attivo delle cosiddette specie sentinella, in particolare i corvidi nel primo caso e gli uccelli acquatici nel secondo. Il monitoraggio di questi animali, eseguiti nel rispetto delle normative e in collaborazione con gli enti preposti, consentono ai laboratori veterinari di disporre di campioni freschi e affidabili, accelerando i processi di diagnosi precoce e il contenimento di eventuali focolai. È dunque evidente come la figura del cacciatore oggi si configuri sempre più come una risorsa per l’intera società: una persona che mette a disposizione il proprio tempo, la propria esperienza e la conoscenza del territorio per tutelare la salute pubblica, la biodiversità e le attività economiche che da essa dipendono. Un ruolo che merita di essere riconosciuto, valorizzato e sostenuto. Anche dall’opinione pubblica. La caccia responsabile, esercitata secondo i principi della sostenibilità, non si esaurisce nell’esercizio di una comunque pienamente legittima attività ludica e non è in contrasto con la conservazione dell’ambiente, ma si configura come uno strumento integrato di gestione faunistica e ambientale. I cacciatori italiani stanno dimostrando, e non da ora, con i fatti che la passione venatoria può convivere con una forte coscienza civica. Lo hanno fatto col Covid, lo stanno facendo con la PSA. Lo hanno fatto, lo fanno e lo faranno ogni volta che sarà chiesto il loro aiuto. Sempre, dove serve e per il bene di tutti.
“Primo piano”, di Marco Ramanzini, Caccia & Tiro 10/2025.
Nel monitoraggio delle zoonosi i cacciatori svolgono un ruolo chiave nel controllo attivo delle cosiddette specie sentinella, in particolare i corvidi e gli uccelli acquatici – Foto Milko Marchetti


