QUELLA MERAVIGLIOSA PALESTRA CHIAMATA SPORT – EDITORIALE FITAV

Che lo sport sia la più realistica delle metafore della vita, è una considerazione dispensata a piene mani. Proprio per questo motivo, nell’evocarla di nuovo, si rischia sempre di cadere nell’ennesimo luogo comune. Ma se lo sport lo si vive davvero dall’interno e nel profondo, allora quella considerazione non la si avverte come una frase fatta. L’attività sportiva è, tra le imitazioni della vita, davvero la più realistica e la più avvincente, sebbene talvolta spietata e altre volte invece generosissima di doni. Scrivo queste note quando ancora sono a Tokyo per i Giochi della trentaduesima Olimpiade. Per stringenti esigenze redazionali non ho potuto attendere la conclusione delle gare del tiro a volo per licenziare questo mio testo e pertanto sto formulando questi miei pensieri sulla base del responso delle gare individuali dello skeet e del trap. Sono state giornate di grandi e intense emozioni e si è trattato di moti dell’animo, magari contemporanei, ma di diversissima natura. L’esaltante conquista della medaglia d’argento da parte di Diana Bacosi ha fatto letteralmente scintillare il nostro movimento tiravolistico nazionale e lo ha di nuovo portato agli onori della cronaca e a un alto livello di popolarità come è avvenuto ormai abitualmente in tutte le recenti e meno recenti edizioni olimpiche.

Ma quel gioco di chiaroscuro che contraddistingue lo sport (e che lo rende dunque metafora perfetta della nostra vita) ci ha costretto a sperimentare anche il disappunto per il mancato raggiungimento di traguardi importanti da parte di meritevoli atlete e atleti della nostra squadra sia nello skeet che nel trap. E qua appunto entra in gioco quella spietatezza dello sport che ho evocato prima: che può premiare generosamente ma anche punire perfino troppo severamente le protagoniste o i protagonisti di un confronto. Perché un dato è certissimo nel caso della nostra rappresentativa. Sia chi ha centrato un traguardo importante che chi invece non è riuscito a dare ali alla propria prestazione; gli uni e gli altri senza distinzione, intendo, hanno comunque svolto il loro lavoro di preparazione con la medesima scrupolosissima cura. Se lo sport è palestra di vita, l’Olimpiade, che è il vertice assoluto della pratica sportiva, è addirittura un evento che ha in sé una sorta di sacralità. In due sole giornate di gara, come nel caso del nostro sport, ma talvolta, come avviene in altre discipline, in gare temporalmente perfino ben più compresse, si traccia il bilancio di anni e anni di lavoro quotidiano. Le nostre atlete e i nostri atleti dello skeet e del trap hanno condotto un lavoro monumentale in preparazione di questi Giochi di Tokyo. Ed è stata un’impresa ancor più ciclopica se si considera che il rinvio di un anno della trentaduesima Olimpiade, oltre a introdurre tutte le difficoltà dell’emergenza sanitaria, ha costretto a calendarizzare di nuovo tutta la preparazione e la programmazione di quella.

Il messaggio olimpico nel suo concetto più distillato e più alto parla in certo modo di vittoria per tutte le atlete e gli atleti che prendono parte a questo meraviglioso rito collettivo, a prescindere, perfino, dalla presenza sul podio o in una finale. Ed è senz’altro così. Le tante variabili esterne e oggettive che si verificano durante una gara e anche le tante imponderabili casualità in cui ogni atleta incorre sono quegli elementi che determinano l’esito di una prova. È giustamente premiato chi quelle variabili e quelle casualità avrà saputo dominare, ma avrà vinto in realtà anche chi, pur non riuscendo questa volta a tradurre in medaglie o in risultati la propria prova, si è presentato alla sfida con le motivazioni giuste e una corretta preparazione. Parliamoci chiaro: questo non esclude che se è dolcissimo assaporare il successo, sia invece spesso molto amaro dover constatare che il nostro serio e accurato lavoro non ha prodotto il risultato sperato. L’ho già scritto proprio qualche mese fa in questi miei interventi: noi uomini e donne del tiro a volo sappiamo bene che nello sport e nella vita non c’è mai un traguardo definitivo e ogni giorno dobbiamo e sappiamo affrontare sfide nuove. Di un dato, però, c’è assoluta certezza: la serietà del lavoro svolto e la determinazione di tornare a prepararsi per le prove successive: sia che si tratti di difendere una medaglia o un titolo trionfalmente conquistati o che invece si tratti di riscattare un insuccesso. Perché tutto questo è quella meravigliosa palestra che si chiama sport.


“Linea di tiro”, di Luciano Rossi, Caccia & Tiro 8/2021.


Luciano Rossi e Diana Bacosi dopo la conquista dell’argento nello skeet a Tokyo 2020 – Foto Mezzelani GMT Sport

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