La natura si riprende i propri spazi. Durante il lockdown della scorsa primavera questa frase era ricorrente su media e social, corredata da video e immagini di animali selvatici presenti in tempi o luoghi a loro non abituali. L’eccezionale e improvvisa interruzione della maggior parte delle attività umane, periodo che da alcuni studiosi è stato definito “antropausa”, ha avuto, effettivamente, influenza anche sulla fauna selvatica, dando luogo ad una serie di riflessioni, più o meno appropriate, sugli effetti positivi che il lockdown avrebbe avuto sulla natura. Ma è davvero tutto positivo? Se lo è chiesto un team di ricercatori dell’Università Statale di Milano, coordinato da Raoul Manenti. Quando la scienza è scienza vera opera senza pregiudizi e si pone tutte le domande relative ad un fenomeno, senza orientare il risultato verso una presunta positività o negatività di quest’ultimo. È ciò che ha fatto il team in questione e già il titolo dello Studio scaturito dalla ricerca è più che eloquente: “Il buono, il brutto e il cattivo degli effetti provocati dal lockdown per Covid-19 sulla conservazione della fauna selvatica: approfondimenti dal primo Paese europeo entrato in lockdown”.
Lo Studio prende in esame l’Italia, che per prima tra le nazioni europee è entrata in lockdown, poi diffusosi a livello planetario e considerato, dagli autori, una “opportunità senza precedenti per capire come le mutazioni su larga scala delle attività umane possono avere un impatto sulla fauna selvatica”. “Gli impatti della riduzione delle attività umane non sono limitati ai cambiamenti nelle emissioni; giornali e social media di tutto il mondo hanno iniziato a pubblicare post e notizie su avvistamenti di fauna selvatica senza precedenti nelle aree urbane (Rutz et al., in stampa), spesso affermando che ‘la natura riacquista il suo spazio’ (Elliot, 2020; The Economist, 2020). Tuttavia, sono possibili anche effetti negativi (Zhang et al., 2020), ma sono disponibili informazioni molto limitate al riguardo. Considerando che i lockdown hanno bloccato molte azioni normalmente svolte per la conservazione della fauna selvatica autoctona e per la gestione e il controllo delle specie aliene invasive (Ias), ipotizziamo che i blocchi possano anche avere impatti negativi sulla conservazione, oltre ai presunti benefici rivendicati dai media”, si legge nello Studio che ha analizzato: le notizie pubblicate su giornali e Social media; i dati empirici su attività, distribuzione, consistenza, successo riproduttivo e mortalità della fauna, confrontandoli con quelli degli anni precedenti nello stesso sito; i questionari sottoposti ai gestori di aree protette, riguardanti l’impatto della chiusura sugli interventi di gestione.
Iniziamo dal “buono”. Dati positivi relativi al periodo oggetto dello Studio riguardano quelle specie che risentono della presenza dell’uomo, ad esempio in località turistiche, come il fratino (uccello (che nidifica lungo le spiagge), o gli uccelli acquatici, che si sono avvicinati a specchi d’acqua che prima del lockdown erano abitualmente frequentati da turisti. Altro miglioramento è stato registrato per quanto riguarda gli uccelli insettivori, come il rondone asiatico, che risente molto dell’inquinamento industriale, per il quale le covate con 4 uova (ogni stagione la femmina cova tra le 2 e le 4 uova) sono state del 45%, rispetto al 17-27% del 2019. Hanno beneficiato della chiusura anche alcuni anfibi, come i rospi e le rane che, grazie al traffico estremamente ridotto (nei siti presi in esame si parla di una riduzione pari all’80-100%) durante il lockdown, hanno potuto attraversare le strade senza essere investiti e raggiungere i luoghi di riproduzione.
Secondo i ricercatori, invece, per quanto riguarda i mammiferi non si sarebbe assistito ad un aumento nella consistenza o, nella maggior parte dei casi, ad un cambiamento di abitudini. Analizzando ad esempio i dati sull’istrice si è notato che la consistenza negli anni non è cambiata, ma che nel periodo oggetto di studio è aumentato il numero di avvistamenti in zone urbanizzate. Anche per quanto riguarda i mammiferi di grossa taglia, come cervi o lupi, i ricercatori affermano che non si attesta un cambiamento di consistenza e comportamento legati al lockdown, sottolineando anche che la maggior parte delle immagini circolate su questi selvatici sono risultate false o relative ad altri periodi. I ricercatori hanno anche puntualizzato che la riduzione del rumore di fondo nelle città e la maggiore quantità di osservatori possano aver influenzato la percezione reale del fenomeno.
Passiamo ora al brutto e al cattivo, cioè alle conseguenze negative del lockdown sulla fauna, che secondo lo Studio sono tre: può favorire la diffusione di specie aliene o problematiche; ritardare le iniziative di conservazione e gestione; fare aumentare il bracconaggio a causa della mancanza di controlli sul territorio. “Nonostante alcuni effetti positivi, i nostri dati hanno anche evidenziato diversi impatti negativi della crisi Covid-19 sulla fauna selvatica. Prima di tutto, il 14% delle notizie che descrivono l’aumento dell’attività della fauna selvatica si riferivano a specie aliene (anche se spesso affermavano con entusiasmo che ‘la natura stava tornando’). Queste notizie generalmente si sono concentrate sugli habitat urbani e hanno descritto sia specie aliene presenti in ambienti agricoli, come il pavone indianoPavo cristatus, sia specie aliene ben consolidate che sono diventate più attive durante il giorno come la nutriaMyocastor coypus (Supplementare 2)”. I ricercatori sottolineano anche che “le specie aliene non sono solo favorite da un aumento della disponibilità di habitat e dell’attività quotidiana, ma probabilmente anche dalla sospensione delle attività di eradicazione e contenimento in corso”, fatto confermato dal questionario sottoposto ai gestori di alcune aree protette (17 Parchi nazionali italiani, 37 Parchi regionali della Lombardia e del Piemonte, l’Autorità per la gestione ambientale della Regione Lombardia).
Dai feedback ricevuti emerge che le azioni di eradicazione delle specie aliene erano in corso nel 62% dei casi. Il 75% delle aree protette con azioni di controllo in corso ha segnalato un’interruzione delle attività; il 69% la necessità di ritardarli e il 44% temeva il fallimento delle azioni avviate. Lo Studio evidenza anche come l’interruzione di queste azioni sia avvenuta durante la stagione riproduttiva della maggior parte delle specie aliene, molte delle quali hanno tassi di fecondità elevati, e ipotizza che le loro popolazioni aumenteranno più del previsto. L’invasione di specie aliene potrebbe essere avvenuta anche da siti circostanti l’area protetta, a causa della mancanza dell’effetto barriera normalmente giocato dalle strade. Durante il lockdown, inoltre, la mancanza di controllo dei mammiferi problematici come i cinghiali potrebbe aver fatto aumentare il disturbo dei siti che ospitano animali e piante in via di estinzione. L’interruzione delle eradicazioni dei ratti in corso sulle isole, infine, ha probabilmente limitato il successo di nidificazione delle specie di uccelli marini di interesse per la conservazione.
Alla luce di quanto emerso dalla ricerca gli studiosi suggeriscono che in vista di un nuovo lockdown vengano pianificati investimenti per la gestione della fauna selvatica, al fine di non perdere i risultati ottenuti, sottolineando che nonostante il grande impatto economico e sociale del Covid-19 “la crisi ambientale globale non è finita e rimane una grave minaccia per le società umane e il benessere. Dimenticare la crisi ambientale e fermare le azioni di conservazione in corso potrebbe avere impatti profondi per gli anni a venire”. Il risultati esposti in questo Studio dimostrano ancora ciò che il mondo venatorio sottolinea da lungo tempo: dove non ci sono gestione e presenza sul territorio l’equilibrio faunistico-ambientale difficilmente può essere mantenuto, con la conseguenza di assistere ad una ulteriore riduzione delle specie più deboli e nel lungo periodo di impattare negativamente anche sulla nostra qualità di vita. I cacciatori, che frequentano e conoscono a fondo il territorio, si confermano quindi, anche alla luce di quanto abbiamo letto, una grande risorsa per la gestione, indispensabili alleati per il monitoraggio del territorio e per la lotta al bracconaggio. Il lockdown ci ha infatti dato un assaggio, anche se per un breve periodo, di cosa può succedere quando non è possibile gestire fauna e territorio.
“Il buono, il brutto e il Cattivo…” di Valeria Bellagamba, Caccia & Tiro 11/2020 – Foto Pixabay Licence


