Parliamo della Salina di Cervia (RA). La storia del sale cervese risale probabilmente ai tempi degli Umbri, quando gruppi nomadi scendevano lungo la valle del fiume Savio fino al mare, durante la buona stagione, per raccogliere il sale che si formava nelle bassure della costa. La prima raccolta strutturata del sale è però verosimilmente attribuibile ai Greci che, fermatisi sul posto per opportunità logistiche connesse alla navigazione, pensarono bene di sfruttare la fortunata presenza di “oro bianco” e fondarono Ficocle, l’antenata di Cervia. Non mancarono di fare i salinari sia gli Etruschi che, successivamente, i Celti entrati a schiere nella valle del Po verso il IV secolo a.C., e naturalmente i Romani (Nihil sale et sole utilius – Plinio). La storia economica e sociale di Cervia ha dunque ruotato per molti secoli intorno alla salina, lasciando tracce tuttora riscontrabili nella toponomastica locale. La Salina di Cervia è oggi l’unica superstite fra quelle un tempo attive nell’Alto Adriatico. Dista circa un chilometro e mezzo dal mare e ha un’estensione di 827 ettari. La rete degli invasi è delimitata da un canale circondariale lungo 14 chilometri. All’interno scorrono circa 46 chilometri di canali, per una conseguente estensione di oltre 80 chilometri di argini. La struttura è attualmente gestita dalla Società Parco della Salina di Cervia, una società a prevalente capitale pubblico fondata nel 2002.
DALLE BOTTI SULLE ACQUE SALATE
Per parlare della caccia e delle sue vicende nella Salina cervese, un convegno forse sarebbe appena sufficiente. Sulla caccia in salina si è sempre favoleggiato, aldilà del risultato e dei numeri reali. Forse per la storia del luogo e per la varietà di specie acquatiche non riscontrabile sulle zone limitrofe. Un invito a caccia su quegli antichi specchi era sempre considerato un privilegio. Quando i chiari d’acqua dolce del ravennate si chiudevano sotto la morsa del gelo, i cacciatori ai quali toccava rimanere forzatamente a “riposo”, ascoltavano e rilanciavano in un tam-tam quotidiano, sulle porte delle armerie, le notizie dei colleghi che cacciavano dalle botti sulle acque salate delle valli comacchiesi, delle pialasse ravennati (lagune costiere di acqua salmastra – NdR) e delle saline cervesi, che resistevano al gelo mantenendo più a lungo acque libere e dove convergevano le anatre dalle altre valli ormai ghiacciate. Per la salina, in verità, si trattava di uno o due giorni in più di lasco, non oltre, data la poca profondità dell’acqua, circa 30-40 centimetri al massimo, ma era sempre una specie di miraggio per chi non poteva andare. Nei decenni successivi al secondo dopoguerra, l’organizzazione della caccia nella Salina di Cervia era curata dalla locale Federazione Italiana della Caccia (unica Associazione venatoria presente al tempo), che l’aveva ricevuta in affido dal titolare della gestione, il Monopolio di Stato, attraverso uno specifico accordo. L’attività venatoria, va detto per necessaria precisione, veniva ovviamente svolta nelle vasche di servizio e non nelle vasche di salificazione. Per poter entrare a far parte della lista dei beneficiari dell’accordo, era previsto il versamento di una quota annua pro capite (negli anni ’60 era di millecinquecento lire). La quota andava a costituire un fondo, a copertura degli eventuali danni che si potevano creare accidentalmente agli argini durante l’attività venatoria e che avrebbero quindi dovuto essere risarciti al Monopolio. Era fra l’altro prevista, come normativa interna al gruppo dei cacciatori utenti, anche la sospensione della caccia, comminabile a chi avesse tenuto comportamenti scorretti all’interno della zona. All’interno delle saline erano disponibili 54 appostamenti (i “cucci”), costituiti in massima parte da botti interrate negli argini. Esistevano solo pochissime botti “di mezzo” (dentro lo specchio d’acqua) e non si effettuava la caccia vagante. I “cucci” venivano assegnati per sorteggio, di anno in anno, a gruppi di non oltre 10-12 cacciatori ciascuno, che dovevano essere resi noti alla sezione della Federazione Italiana della Caccia nel mese di aprile. I componenti di ogni gruppo, dopo l’assegnazione dell’appostamento, si davano poi una propria turnazione per le giornate di caccia. Sul campo si teneva inoltre conto di una regola, non scritta ma fermamente osservata, secondo la quale si accedeva agli appostamenti, e se ne usciva, solo in orari definiti, per non creare disturbo a chi fosse già o ancora nel “cuccio”. La Salina assorbiva all’incirca 400 cacciatori che la frequentavano da ottobre in poi, cioè dalla fine della raccolta del sale fino a marzo. Solo nei mesi di gennaio e febbraio, essendo scarsamente redditizi, la presenza dei cacciatori si diradava notevolmente. La caccia si riaccendeva verso metà febbraio, a seconda della stagione, con le prime marzaiole e con i trampolieri di risalita, combattenti e pittime (al gambël e i vitarbís o cardinë). I “cucci”, ovviamente, non erano tutti buoni allo stesso modo. I cacciatori ai quali toccava la terza o la quarta vasca de’ Butôn (del Bottone) erano fortunati, così come chi era sorteggiato per al Dó Gareti (le Due Garitte), o per l’Ingiarêda (l’Inghiaiata), oppure per e’ Vaschì de’ Valôn (il Vaschino del Vallone). Come si può immaginare, il sorteggio per l’assegnazione dei posti, che si teneva di sera tardi, a volte diventava un po’ una “notte dei lunghi coltelli”, perché se era pur vero che costituiva un metodo super partes, nascevano giochi, scambi e promesse di scambio per la stagione successiva o da saldare per quella passata. L’accesso alla caccia in salina era riservato solamente ai cacciatori locali. Erano tuttavia presenti un paio di appostamenti chiamati “le tinelle dei cacciatori d’Italia”, che venivano assegnati a cacciatori esterni che ne avessero fatta richiesta.
L’EPOCA DELLA CACCIA DI NOTTE
La caccia nella Salina di Cervia si basava principalmente sulla tradizione della caccia di notte. Tale pratica interessava peraltro tutta la costa adriatica, dalla foce del fiume Reno alla punta del Gargano, solo sulla fascia del litorale. La caccia di notte agli acquatici, nella fase di plenilunio, venne approvata con un Regio Decreto della prima metà degli anni ’30, pare su interessamento di Benito Mussolini, che aveva probabilmente ricevuto pressioni da amici locali. Nella norma vennero incluse anche le saline di Cervia, che si trovavano a ovest della statale Adriatica, come lo sono tuttora, quindi teoricamente fuori dalla fascia litoranea. L’epoca della caccia di notte ebbe fine in Italia nel 1968, rimanendo appannaggio della sola Salina cervese per un paio di anni ancora, in forma di tacito accordo, solo nei 15 giorni di luna chiara. La stagione di caccia allora era molto più lunga rispetto ad oggi. Fino a metà degli anni ’50 la caccia agli acquatici chiudeva a fine aprile, e a tutto il 1975-76 si cacciò fino al 31 marzo. Poi, gradualmente, si scese al 10 marzo, per arrivare via via al 31 gennaio di oggi. L’epilogo della caccia in salina sopraggiunse alla fine della stagione 1978-79, quando, con Decreto Ministeriale, la caccia venne sospesa in tutte le saline italiane (nella salina di Comacchio, parlando dell’Alto Adriatico, era stata chiusa già 7/8 anni prima).
L’ARTE DEI FISCHI
Dal punto di vista della caratterizzazione locale, la Salina cervese è stata una delle più tipiche culle venatorie italiane nell’arte dei fischi da richiamo. Cacciatori “artisti” costruivano da sé i fischi da richiamo per usarli a caccia per attirare gli acquatici. Nella Romagna dei soprannomi, nella tradizione locale spesso più identificativi del cognome, i cacciatori Vale-ri, Fis-ciôn, Dato, Baróia e Mandulìn, attiravano gli uccelli dando fiato ai fischi costruiti da e’ Geral, Stuvanên, Bucacìna, Marinên, e’ Fanés. I fischi buoni venivano tramandati, o ceduti solo a chi si riteneva avesse il merito per poterli ricevere. Qualcuno è arrivato ai giorni nostri ed è conservato come una reliquia. Gli ultimi due costruttori citati, Marinên e e’ Fanés, raggiunsero fama leggendaria anche fuori dai confini comunali e tuttora, nonostante siano scomparsi da alcuni decenni, continuano a vivere nella leggenda venatoria di paese. Il primo, Germano Gobbi all’anagrafe, grande fischiatore, abitante a S. Maria Nuova (attuale provincia FC) ma proveniente da Gatteo, zona di mare, a questo doveva il soprannome (Marinên, “marino”, proveniente dal mare). Alcuni suoi “allievi” si fregiavano giustamente di avere avuto tanto maestro. Il secondo, all’anagrafe Aldino Mietti (e’ Fanés, il fanese, perché proveniente da Fano), abitava a S. Pietro in Guardiano (frazione del comune di Bertinoro, attuale provincia FC). Scomparso nel 2007, all’età di 92 anni, i fischi da lui costruiti vengono conservati da chi li possiede come oggetti preziosi. Ma altri, più o meno capaci e conosciuti, avevano fama nel circondario, chi “specializzato” su una specie e chi su un’altra.
IL DOPO-SALINA VENATORIO
Dopo la sospensione della caccia all’interno della salina, le campagne circostanti videro sorgere qua e là un certo numero di “chiari”, specchi d’acqua ottenuti ruspando leggermente il terreno e alimentati con motopompe, attorno ai quali presto crescevano in modo naturale fasce di fragmitéto (formazione floristica lacustre – NdR) e di altre erbe selvatiche. Alcuni, in posizioni di affilo fortunate e grazie alla poca profondità dell’acqua e al motriglio che in quelle condizioni spesso si forma ai bordi, risultarono presto graditi agli “uccelli bianchi” (alzavole, germani, fischioni, mestoloni), consentendo carnieri stagionali che giustificavano l’impegno per la creazione e la manutenzione del sito. Successivamente, il fenomeno dei chiari si è espanso facendo leva sulle Direttive UE Uccelli e Habitat, che presiedono al ripristino ambientale e tendono a favorire le condizioni di biodiversità sul territorio. La tradizione venatoria locale, antica e fortissima, ha cambiato residenza ma è comunque rimasta. Una prima fascia di territorio esterna al canale circondariale della Salina è soggetta alle tutele del Piano Territoriale del Parco del Delta del Po. Poi si passa a un’area contigua sulla quale è possibile cacciare. I carnieri sono legati alla presenza di uccelli in salina e ai loro voli esterni. Fino a pochissimi anni fa, sull’area contigua era consentita anche la caccia vagante, che aveva come oggetto principale stanziale e scolopacidi. Oggi, un regolamento locale vieta tale seconda espressione venatoria, azzerando con ciò anche la possibilità del solo addestramento del cane in modo regolamentato. Oltre tale fascia, cioè in territorio ATC, sono presenti altri chiari ed è possibile la caccia vagante secondo il calendario venatorio.
LA SALINA OGGI
Dal punto di vista ambientale e faunistico, la Salina di Cervia viene dichiarata Riserva naturale dello Stato nel 1979, entrando quindi nella competenza di vigilanza della Guardia Forestale (oggi Carabinieri Forestali). Entra successivamente a far parte delle zone incluse nella Convenzione di Ramsar, fino a divenire parte integrante del Parco Regionale del Delta del Po, istituito nel 1988. Oggi è codificata sito Rete Natura 2000 “Salina di Cervia” (codice IT4070007). Gli specchi d’acqua salata, ampi e poco profondi e lo sviluppo degli argini interni ricchi di salicornia e di altre essenze tipiche delle terre salse, costituiscono un habitat particolarmente idoneo a diverse specie di uccelli, alcune rare, che qui trovano possibilità di sosta, alimentazione e nidificazione. Già da diversi anni il soggetto che fa più notizia è il fenicottero, ma diversi altri, meno visibili (quasi 100 specie di uccelli acquatici) ma forse più importanti dal punto di vista faunistico (trampolieri di varie specie, ardeidi, laridi, palmipedi e altri), si posano sui dossi e sulle spiagge fangose degli invasi per sostare e nidificare. Interessante anche l’aspetto vegetazionale, con rare specie di piante alofile (resistenti al sale). È in funzione un Centro Visite che, dopo una prima apertura nel 1998, è stato ristrutturato e definitivamente inaugurato il 15 maggio 2004. Le visite e il birdwatching in Salina sono possibili solo con accompagnatore e sono effettuabili a piedi, lungo un percorso attrezzato con capanni, torrette e parate con feritoie, oppure in barca elettrica. Sono visitabili anche la piccola salina “Camillone”, di radice etrusca, che funge da piccolo museo a cielo aperto e il Museo della Civiltà Salinara, che si trova a Cervia presso i vecchi Magazzini del Sale. Oggi la Salina deve purtroppo fare i conti con l’imprevisto: l’alluvione del maggio 2023 e le successive infiltrazioni d’acqua dolce del fiume Savio hanno sommerso gli 827 ettari del sito, sciogliendo un’ingente quantità di sale stoccato, penalizzando gravemente il raccolto e di conseguenza le vendite, oltre ad avere prodotto gravi danni ad automezzi e reparti di produzione, con conseguente rilevante danno economico. La Salina è pertanto ora in attesa di un nuovo futuro.
Tratto da “C’era una volta la caccia in salina”, di Roberto Aguzzoni, Caccia & Tiro 10/2026.
L’esercizio venatorio nella Salina di Cervia si basava principalmente sulla tradizione della caccia di notte agli acquatici nella fase di plenilunio – Foto generata con Gemini AI




