Nel momento in cui traccio queste note sono ormai trascorse alcune settimane dalla disputa dell’edizione più recente di quella competizione che annualmente la mia famiglia ed io dedichiamo alla memoria di mio padre. Mio padre era Nando Rossi. Molti di coloro che mi stanno leggendo – i meno giovani – possono dare testimonianza diretta della sua instancabile, talvolta febbrile attività in favore del tiro a volo e dello sport in generale. Altri che, in forza dell’anagrafe, non hanno avuto l’opportunità di incontrarlo né tantomeno di vederlo all’opera, lo conoscono attraverso i racconti, appunto mediante le testimonianze, oppure apprezzando quelle sue iniziative di cui vengono gradualmente a conoscenza. Il vivido e intenso ricordo di mio padre non si attiva in me, per così dire, soltanto in occasione del Memorial a lui dedicato: è perfino superfluo dirlo. Ma certamente la condivisione ampia della memoria della sua persona che produce quell’episodio agonistico, annualmente a lui dedicato, mi permette di capire quanto Nando Rossi, mio padre, sia stato amato e stimato e quanto appunto la sua lezione sia attuale in un mondo sportivo e in generale in una società civile in continua e rapida trasformazione. Lo sport per mio padre era uno strumento di crescita, di maturazione individuale e collettiva, di aggregazione, di superamento delle barriere. Sono i concetti che l’ideale olimpico ha saputo condensare nel meraviglioso messaggio inviato a tutti coloro che nella propria vita hanno svolto e svolgono un’attività sportiva. Non è naturalmente la prima volta che formulo considerazioni di questo genere innescate appunto dal ricordo di mio padre: anzi, potrei perfino dire che in ogni mio intervento in queste pagine si può facilmente individuare l’eco di tutti quegli elementi che appartengono al patrimonio olimpico e che ho voluto appunto indicare. Non è naturalmente la prima volta, dicevo, ma sicuramente l’approssimarsi della scadenza del primo centenario di attività della Federazione italiana tiro a volo in un frangente storico nel quale il mondo sembra davvero voler trascurare (non dico: accantonare, proprio per esorcizzare quell’eventualità) la potenza del messaggio olimpico, mi induce a soffermarmi maggiormente sull’eredità storica che ognuno di noi ha ricevuto. Quando anche io scendo in pedana e imbraccio il fucile (magari con risultati agonistici che non sono proprio brillanti come un tempo) mi sento orgogliosamente parte di un progetto che arriva da lontano. Mio padre Nando Rossi continua a parlarmi con le sue iniziative, con quella grande energia da cui fu sempre guidato nella coraggiosa proposta di importanti novità relative al mondo sportivo, con quella sua incrollabile fiducia nelle potenzialità della pratica sportiva. Noi, uomini e donne del tiro a volo, siamo eredi di grandi figure come quella di mio padre. Potrei addirittura dire che l’appartenenza ad una specifica disciplina sportiva oppure ad un’altra in questo caso assume un significato molto sfumato: si è semplicemente uomini e donne di sport indipendentemente dall’ambito agonistico in cui ci si muove. Ma si è comunque sempre eredi di quel messaggio. La storia, in questo caso la storia sportiva, siamo tutti e tutte noi. Per utilizzare ancora una metafora legata al mondo olimpico: abbiamo ricevuto un testimone e sta a noi custodirlo e trasmetterlo con la stessa perseveranza, con gli stessi ideali, con la medesima forza.
“Linea di tiro”, di Luciano Rossi, Caccia & Tiro 10/2025.
Luciano Rossi: “Lo sport per mio padre era uno strumento di crescita, di maturazione individuale e collettiva, di aggregazione, di superamento delle barriere. Sono i concetti che l’ideale olimpico ha saputo condensare nel meraviglioso messaggio inviato a tutti coloro che nella propria vita hanno svolto e svolgono un’attività sportiva” – Foto Clikkami 2.0


