PAESAGGIO IDEALE O… IDEOLOGICO?


In tema di transizione energetica anche il nostro Paese si trova davanti a un bivio che ne indirizzerà inevitabilmente il futuro. Il rischio è che la scelta venga presa, come purtroppo assistiamo quotidianamente quando si parla di ambiente, non sulla base di considerazioni tecniche e oggettive, ma sull’emotività, sull’l’ideologia e su più di un pizzico di interessi economici. La conversione dal fossile verso altre fonti di energia, presentata come l’unica via per salvare il pianeta, ha infatti aspetti speculativi in mano a pochi colossi industriali che non possono sfuggire a nessuno. Sia chiaro: consideriamo le energie rinnovabili fondamentali da molti punti di vista, prima di tutto quello di un miglioramento delle condizioni di vita di tutti noi. Altrettanto fondamentale però, è che non siano la scusa per sacrificare i nostri terreni, la biodiversità e la bellezza del paesaggio italiano. Oggi il pericolo più grande si nasconde dietro la retorica del “green”. A sollevare i primi dubbi è stato, e non poteva essere altrimenti, il mondo rurale, cacciatori inclusi. Con lungimiranza – e per ora in splendida solitudine, quasi il problema non riguardasse la categoria – la Federcaccia ha aperto la strada al dibattito organizzando alla fine dello scorso anno un workshop nazionale sul tema. Quanto emerso evidenzia una verità che la politica fatica a digerire: il territorio rurale non è uno spazio vuoto da colonizzare con distese di pannelli di silicio o torri eoliche. È un ecosistema vivo, custode di biodiversità, produzioni agroalimentari e memoria storica. Una vera scossa al dibattito, anche per l’indubbia notorietà, è arrivata nelle scorse settimane dalla lettera aperta che Francesco Pratesi, presidente di Italia Nostra Toscana e figlio di Fulco ha indirizzato al WWF. Le sue parole descrivono bene lo smarrimento delle grandi sigle ambientaliste, che sembrano aver barattato la tutela di fauna e habitat con il feticcio delle rinnovabili e degli apparati che le producono. Un cortocircuito che nasce dalle rigide direttive europee del Green Deal: un piano nato con ottime intenzioni, ma trasformato in una macchina che procede con burocratica ottusità nel perseguire un risultato che si sta rivelando opposto a quanto pensato. Il nostro paesaggio è unico per storia e arte, sicuramente non paragonabile agli ampi spazi semideserti del Nord Europa o alle steppe spagnole e riempire di specchi e acciaio le colline toscane, le Langhe, i crinali dell’Appennino, i boschi della Sila, le coste della Sardegna… significa distruggere un equilibrio delicatissimo. Nessuno è contrario al progresso: sarebbe sciocco oltre che inutile. Ma chiedere che si usi il buon senso e ci si renda conto – o forse, meglio, si abbia il coraggio di ammettere – che sottrarre spazio alle aree naturali e a quelle coltivabili danneggia la nostra agricoltura e cancella la fauna selvatica non è opporsi al progresso o a una svolta “green” intellettualmente onesta. Non mancano gli spazi all’interno di una seria pianificazione per unire sostenibilità e impianti energetici. Anche il nostro territorio è purtroppo ricco di aree già compromesse: i tetti dei capannoni industriali o agricoli, le aree dismesse, le cave esaurite e le infrastrutture esistenti. Una superficie enorme, che se ben sfruttata basterebbe da sola a rappresentare una più che consistente percentuale di transizione energetica. Siamo invece al paradosso che si vuole salvare l’ambiente distruggendo la natura. La tutela ambientale deve tornare a significare gestione attiva del territorio, protezione delle comunità rurali e conservazione della bellezza, no slogan da gridare in piazza o dai palcoscenici mediatici, spesso accompagnata da richieste di sostenere economicamente la causa. Sostenere le energie alternative significa integrarle nel tessuto del Paese. La transizione energetica deve essere un mezzo per proteggere il nostro futuro, non un fine ideologico per cancellare il nostro presente e quello che il lavoro dell’uomo ha saputo fin qui tutelare e valorizzare.


“Primo piano”, di Marco Ramanzini, Caccia & Tiro 06-07/2026.


Il territorio rurale non è uno spazio vuoto da colonizzare con distese di pannelli di silicio o torri eoliche. È un ecosistema vivo, custode di biodiversità, produzioni agroalimentari e memoria storica – Foto Pixabay

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