Dalle montagne prese d’assalto da escursionisti improvvisati in sandali e infradito a campagne, torrenti e boschi invasi da flussi di turisti che finiscono per esaurirsi alla ricerca di un parcheggio come nel centro città, il desiderio di evasione e di “ritorno alla natura” si è frequentemente tradotto in eccessi che mostrano un cortocircuito profondo fra ciò che si vorrebbe e ciò che è in realtà. La città, d’estate come d’inverno, con i suoi ritmi e le giornate piene di impegni, spinge a cercare nella natura un antidoto e uno sfogo allo stress quotidiano. Ma ciò che si vuole e ci si aspetta di trovare in molti casi non è un ritorno all’autenticità, ma una natura trasformata in sfondo, a scenografia per selfie e performance da mostrare sui social. L’ambiente, in questa peculiare visione, viene ridotto a una sorta di parco giochi, un luogo dove rifugiarsi durante le ferie o nei fine settimana. Sono due modelli di vita che si contrappongono: urbano e rurale, col secondo – per molti aspetti più fragile e “debole” – sempre più sotto attacco da parte di persone che pur vivendo lontane per la maggior parte del tempo, si sentono in diritto di dettare regole, comportamenti, stili di vita e valori sradicati dal contesto, creando tensioni con chi in quei luoghi è nato e vive tutto l’anno e finendo paradossalmente col logorare lentamente proprio quel patrimonio ambientale e culturale che cercavano, sostenendo di amarlo e volerlo tutelare. Il fenomeno non è nuovo, ma si è accentuato nel corso degli anni col crescere della componente urbana della società – ormai numericamente soverchiante quella che può definirsi ancora rurale – e sotto le spinte della “fede” green che sembra aver travolto l’Occidente benestante. La cosa si manifesta a tutti i livelli: dalla denuncia al contadino perché il gallo canta all’alba (non è una barzelletta, è successo realmente) al divieto di coinvolgimento degli animali in sagre e feste, fino al creare le condizioni per impedire di fatto il proseguimento di attività secolari, addirittura millenarie, come la pastorizia e l’alpeggio. Si arriva, su scala mondiale, a voler imporre a Stati e popolazioni dei Paesi in via di sviluppo come gestire la propria fauna e il proprio ambiente; una forma di neocolonialismo culturale altrettanto inaccettabile di quello militare, economico o territoriale. In questo contesto la caccia, non a caso fra le attività della ruralità la più osteggiata e attaccata, rappresenta una resistenza culturale. Quella di un mondo che non vuole essere dimenticato né omologato, che chiede rispetto per le proprie tradizioni e per il proprio sapere; che ritiene – a ragione – di avere molto da dare e, consentitemelo, da insegnare alla società moderna. Urbana e non solo.
La caccia, così come le attività di chi vive e lavora nei territori rurali, è tradizione, cultura millenaria e strumento di equilibrio ambientale. Rappresenta una pratica concreta di gestione faunistica, utile anche a contenere squilibri che spesso sfociano in danni per l’agricoltura e l’ambiente stesso. Nelle cosiddette zone marginali, spesso dimenticate dallo sviluppo urbano e istituzionale, quelle sulle quali qualcuno di recente ha proposto un “accompagnamento al declino”, l’attività venatoria rappresenta una delle poche presenze stabili, capaci di generare indotto, mantenere sentieri e infrastrutture, garantire un presidio umano dove lo spopolamento avanza.
È il momento di rimettere al centro il valore del territorio, delle sue comunità e delle attività che, come la caccia, non sono passatempi, ma espressione di un equilibrio profondo tra uomo e natura. Siamo convinti che la ruralità sia parte essenziale dell’identità del nostro Paese: non solo custode del passato, ma motore di un dialogo nuovo tra città e campagna, tra cultura urbana e cultura della terra, tra protezione ambientale e presenza umana consapevole. Forse è tempo di chiederci non solo dove vogliamo fuggire, ma perché. E soprattutto con quale spirito.
“Primo piano”, di Marco Ramanzini, Caccia & Tiro 09/2025.
È il momento di rimettere al centro il valore del territorio, delle sue comunità e delle attività che, come la caccia, non sono passatempi, ma espressione di un equilibrio profondo tra uomo e natura.


