C’è una verità silenziosa che attraversa i dipinti di Eugenio Cecconi, fatta di luce, polvere e giornate di caccia che quasi sembra ricordare quanto nel 1911 scriveva Wassily Kandinsky, “L’arte è figlia del suo tempo, ma spesso è madre dei nostri sentimenti”. Pittore dall’animo inquieto e profondamente immerso nella realtà del quotidiano, Cecconi non si limita a osservare: vive ciò che dipinge. Cacciatore, viaggiatore, attento interprete dell’anima toscana, occupa un posto singolare nella pittura italiana dell’Ottocento. Formatosi nell’ambiente dei Macchiaioli, ne assorbe la rivoluzionaria “poetica della macchia” ma la trasforma in una voce propria, intima, vibrante, profondamente umana. Molteplici sono i poli della sua ispirazione: le scene di caccia vissute in prima persona, le figure femminili della Maremma ritratte con fierezza e dignità, gli animali stessi, presenze vive, mai accessorie. Tutto questo ha trovato espressione nelle 7 sezioni principali di una mostra che si è tenuta al Forte Leopoldo I di Forte dei Marmi (curata da Elisabetta Matteucci: un percorso tematico che ha condotto il visitatore attraverso la luce, le terre, la caccia, i volti, i gesti, fino al legame profondo con la natura e gli animali). Una visita che si è trasformata in una narrazione poetica e visiva dell’anima del grande artista, dove la caccia non è vissuta come semplice passione privata o una moda iconografica, ma una sorgente primaria della sua poetica, sia figurativa che letteraria. Come scrisse un contemporaneo sulla “Gazzetta d’Arte” del 1895: “Egli dipinge la caccia come l’ha sentita nei polmoni e nel sangue, non come un esercizio di salotto”. In tele come “Attesa per la battuta” o “Radunata di caccia grossa”, la composizione è costruita attorno alla tensione dell’attesa, al respiro profondo della campagna. Non vi è nulla di artificiale: i cani sono vigili, i cavalli fremono, i cacciatori hanno lo sguardo teso e concentrato. L’uso di pennellate ampie e decise, il contrasto tra le ombre fredde dell’alba e i riflessi dorati dell’erba alta restituiscono la sensazione fisica e atmosferica del momento. Se la caccia rappresenta il tempo dell’azione, le figure femminili di Cecconi incarnano la calma e la solidità della vita contadina. Lavandaie, fienaiole, venditrici di arance o di polli, traghettatrici: donne colte nel pieno del loro lavoro quotidiano, ma ritratte con una dignità quasi monumentale. L’approccio di Cecconi era quello dell’osservatore partecipe. Non dipingeva dall’immaginazione, ma dalla memoria viva di ciò che vedeva. Passava ore nella campagna, annotando con acquerelli rapidi la disposizione della luce, i gesti delle persone, i dettagli del paesaggio. In un appunto del suo taccuino, oggi conservato al Museo Civico di Livorno, scriveva: “Non guardare la cosa, ma viverla. La luce non sta ferma, il vento non aspetta: tu devi seguirli”. Ecco allora che ti accorgi come un suo quadro non sia statico ma quasi da guardare come un filmato. Accanto alla pittura a olio, Cecconi si dedicò anche a tecniche come l’acquerello, il carboncino e la china con la quale illustrò alcuni libri, tra i quali “Il raccontafiabe” di Luigi Capuana. La forza della sua arte risiede nella capacità di tenere insieme mondi apparentemente distanti: la tensione dinamica della caccia e la quiete vigile della vita rurale; la natura selvaggia e quella domestica. Si tratta di aspetti diversi ma complementari della stessa realtà: l’attesa e l’azione, la forza fisica e la resistenza silenziosa, la fatica e la bellezza del quotidiano. Oggi le opere di Eugenio Cecconi sono preziose testimonianze di un mondo in trasformazione, sull’orlo della modernità. Nei suoi quadri, la Maremma dell’Ottocento non è semplice sfondo, ma autentica protagonista e le figure che la abitano – uomini a caccia e donne al lavoro – vivono con una dignità che trascende il tempo. La sua pittura è un documento poetico e realistico insieme, in cui la verità dell’esperienza vissuta vale più della perfezione accademica. Un’arte che ci parla ancora, ricordandoci che la caccia, i suoi gesti e le sue tradizioni fanno parte di un patrimonio culturale e umano che rischia di scomparire, ma che rappresenta un’anima profonda del nostro vissuto.
Tratto da “Eugenio Cecconi: la Maremma tra caccia e dignità delle donne”, di Barbara Biggi e Carlo Romanelli, Caccia& & Tiro 10 2025.
“Radunata di caccia grossa”, olio su tela, 1881. Si ringrazia la Società di belle arti, Viareggio, per la pubblicazione delle foto qui riportate




