Sono convinto che le parole che ha pronunciato l’amico Giovanni Malagò nel corso della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, seppur mediate dagli schermi televisivi o da quelli dei dispositivi elettronici, anche in tutte e tutti voi che mi leggete abbiano innescato grandi emozioni: vi assicuro, però, che udire quelle parole risuonare nella fremente atmosfera olimpica dello stadio di San Siro ha rappresentato realmente un’esperienza di altissimo contenuto emotivo. Mi piace riportare qui testualmente quello che Giovanni Malagò ha scandito all’indirizzo delle atlete e degli atleti nella notte milanese. “Questo è il vostro momento e questi Giochi sono vostri! Rappresentano i vostri anni di dedizione, il vostro coraggio di sognare, la vostra determinazione a superare i limiti”. E poi ha aggiunto: “In un’epoca in cui gran parte del mondo è divisa dai conflitti, la vostra presenza dimostra che invece un altro mondo è possibile: un mondo fatto di unità, rispetto e armonia”. Chi ha letto nel corso degli anni i miei interventi in queste pagine comprenderà perfino facilmente con quale orgoglio a mia volta ho sentito l’amico Giovanni scandire quelle parole. Perché si tratta proprio di quei concetti, sintetizzati peraltro nel dettato olimpico, sui quali anche io ho insistito sistematicamente nelle mie considerazioni. Quello trasmesso dall’olimpismo, ma in generale dallo sport, è un messaggio molto esigente: chiede continuamente a ciascuna e a ciascuno di noi di essere migliori. Non necessariamente nei confronti dei nostri contendenti, ma soprattutto nei confronti di noi stessi. Sì, certo: gareggiare significa provare a dimostrare, in quella specifica disciplina, un valore maggiore rispetto a quello espresso dai nostri avversari e dalle nostre avversarie, ma la vera gara è in realtà sempre con noi stessi. E nelle parole di Giovanni Malagò c’è proprio questo: quell’irresistibile e personalissimo desiderio di sognare, la consapevolezza del grande valore del tempo dedicato alla propria preparazione, quella incontenibile tensione a superarsi. Tutto questo, se vogliamo, qualche volta è perfino quasi avulso dal concetto di confronto con gli altri e con le altre, mentre invece è un invito, un imperativo, vorrei dire, a dimostrarsi adesso migliori di quello che si è stati in precedenza. Con queste premesse ideali, lo sport è quindi anche un grande volano di pace, e davvero mai come in questi anni difficili che stiamo vivendo – una stagione di rinnovati violentissimi contrasti – il messaggio sportivo può interpretare il ruolo di veicolo di intesa e appunto di armonia. Nel titolo di questo mio intervento ho voluto definire lo sport: grande magia. Perché non soltanto il messaggio sportivo è in grado di attivare tutte quelle sollecitazioni che ho appena ricordato, ma è un dettato che ha conservato la stessa inattaccabile attualità nei millenni: dagli eventi olimpici della classicità a quelli dell’epoca comunque già ampiamente ultracentenaria dell’olimpismo moderno di De Coubertin. E c’è di più: agli appelli di più specifica pertinenza agonistica – citius, altius, fortius – il motto olimpico aggiunge: communiter. Cioè: insieme. Non un dettaglio davvero. Perché quella grande magia dello sport, che ogni atleta interpreta poi nel modo più personale, non può esprimersi nel modo qualitativamente più alto se non proprio nella condivisione che è sempre sinonimo di convivenza pacifica e di armonia.
“Linea di tiro”, di Luciano Rossi, Caccia & Tiro 03/2026.
Il presidente Fitav e Issf Luciano Rossi: “La grande magia dello sport, che ogni atleta interpreta poi nel modo più personale, non può esprimersi nel modo qualitativamente più alto se non proprio nella condivisione che è sempre sinonimo di convivenza pacifica e di armonia” – Foto Fitav


