No, non è una minaccia. La violenza non ci appartiene, semmai alle frange più estremiste del mondo animalista, mentre sui social abbondano intimidazioni, insulti, auguri di morte ai cacciatori e alle loro famiglie e, peggio ancora, il compiacimento per qualche incidente. I conti a cui ci riferiamo sono quelli, nel senso letterale e aritmetico del termine, da fare su numeri e percentuali. Da anni il dibattito pubblico è caratterizzato e condizionato dal teorema secondo cui la caccia sarebbe avversata dalla quasi totalità della popolazione, con percentuali che nei titoli dei giornali e nei comunicati sfiorano il 98%. Il fine è chiaro: influenzare opinione pubblica e politici; motivare le fila dell’animalismo o dell’ambientalismo abolizionista; far sentire isolati i cacciatori, spingendoli a cessare l’attività per “stanchezza”. Ad agosto sono stati diffusi i risultati del sondaggio commissionato a Ipsos Doxa da Fondazione Capellino su “Riforma della normativa venatoria e tema della biodiversità”, una delle iniziative promosse contro la caccia dalla Fondazione, che può contare sulle risorse economiche provenienti dall’azienda di sua proprietà, produttrice di alimenti per cani e gatti a base di carne, anche di selvaggina. A voi, magari, la riflessione sulla coerenza. I media si sono affrettati a dichiarare che tre italiani su quattro, il 75%, vorrebbero l’abolizione o la drastica limitazione dell’attività venatoria. Ma se andiamo a esaminare i numeri – il sondaggio è disponibile sul sito della Fondazione – la realtà che emerge non è così lineare: gli abolizionisti radicali sono il 27%. Non pochi, certo, ma il resto del campione intervistato si divide fra chi trova adeguate e da mantenere le norme in vigore; chi vorrebbe modifiche che offrano maggiore tutela alla fauna e chi ammette la caccia solo se necessaria per fronteggiare emergenze faunistiche. Sommare posizioni moderate e richieste di cambiamenti tecnici con chi è per l’abolizione totale, non è proprio fare informazione corretta. I conti, come dicevamo, non tornano. Volete, per restare in tema, la prova del nove? Chiudiamo questo numero della rivista in coincidenza con la scadenza della raccolta firme per la presentazione dell’ennesimo referendum abrogativo contro la caccia. Con le piattaforme digitali, che hanno azzerato le difficoltà delle tradizionali raccolte ai banchetti, se davvero il Paese fosse unitamente e convintamente contrario, il risultato avrebbe dovuto essere travolgente. Il 27% che si è dichiarato abolizionista radicale equivale a poco meno di 16 milioni di italiani. Invece l’iniziativa si è arenata, così come quelle che l’hanno preceduta. Sono state raccolte circa 100 mila firme delle 500 mila necessarie, cioè appena lo 0,625% degli abolizionisti radicali. E gli altri dove sono finiti? Anche considerando le firme cartacee da sommare è difficile immaginare un risultato diverso dal passato. Un dato che, al di là delle opinioni, dovrebbe far riflettere politica e società. Vogliamo poi considerare la scarsa, a volte quasi nulla, partecipazione alle manifestazioni sullo stesso tema?
È evidente la distanza enorme tra l’emotività espressa attraverso i social, che fanno da capace cassa di risonanza amplificando la voce di pochi, e il sentire del Paese reale. Gli italiani, anche coloro che vivono in città, si stanno rendendo sempre più conto che la gestione di fauna, ambiente e territorio richiede scienza, non fanatismo. E questo vale per molti altri temi: dall’energia all’alimentazione; dal giudizio su molti modelli culturali ai costi di una transizione ecologica ambiziosa ma lontana dalla realtà. Un cambiamento percepibile, di cui probabilmente l’innalzarsi del conflitto e della canea è una diretta conseguenza. E allora, alla fine dei conti, cari anticaccia integralisti che inseguite l’abolizionismo totale, forse la minoranza non siamo noi. E ve ne state accorgendo.
“Primo piano”, di Marco Ramanzini, Caccia & Tiro 10/2026.
Dal sondaggio contro la caccia commissionato a Ipsos Doxa da Fondazione Capellino, gli abolizionisti radicali sono il 27%. Non pochi, certo, ma il resto del campione intervistato si divide fra chi trova adeguate e da mantenere le norme in vigore; chi vorrebbe modifiche che offrano maggiore tutela alla fauna e chi ammette la caccia solo se necessaria per fronteggiare emergenze faunistiche – Foto generata con AI


