La caccia non è uno sport e la Fidasc (Federazione italiana discipline con armi sportive da caccia) non è la caccia! Che piaccia o meno, così stanno le cose. Nonostante la parola finale dell’acronimo sia proprio questo vocabolo così “estraneo” alla moderna società urbanizzata, così sconosciuto, negativizzato e quindi così tanto odiato. Fatta la doverosa e definitiva chiarezza su questi due concetti che spesso sono volutamente (e strumentalmente) considerati equivalenti, voglio però precisare, anche in questo caso con estrema fermezza, che né da una parte, né dall’altra esistono conflitti di primogenitura. Non solo, ma – cosa questa assai più importante e significativa – non esiste alcuna di quelle pregiudiziali ideologiche che, invece, sembrano caratterizzare l’atteggiamento di alcune organizzazioni e di alcuni media: sia quelli “vecchi” (quotidiani e carta stampata), sia quelli “nuovi” (reti telematiche e social). Sono ormai più di venti anni che la tanto detestata e avversata presenza della caccia nel mondo dello sport non esiste più. E anche se, per un puro tornaconto dialettico (e propagandistico), qualcuno – soprattutto nel mondo della politica – fa finta di non saperlo o di averlo dimenticato, qualsiasi equazione che tenti di porre sullo stesso piano le due “cose” è destinata a fallire miseramente e vergognosamente come tutte le bugie.
Allo stesso tempo, però, sono più di venti anni che le innumerevoli e varie specialità sportive, che sono nate e cresciute all’interno della millenaria attività umana della caccia, sono diventate puri e semplici “settori” agonistici all’interno dei quali è scomparsa ogni traccia di predazione e di violenza. Al massimo, in alcuni casi, è rimasta la simbologia venatoria come, ad esempio, in alcune specialità cinofile o in altre del tiro, ma mai, in nessun caso, si va al di là della simbologia. Purtroppo, però, l’ostilità nei confronti della caccia si trasferisce, automaticamente, anche nei confronti di ciò che potrebbe semplicemente assomigliarle. Senza chiedersi, ad esempio, cosa ci sia dietro il simbolo di un fucile, di un arco o di un cane in ferma. Anzi, questi “simboli” vengono scambiati per “segni” con interpretazioni volutamente distorte. Oggi, poi, come ho già avuto occasione di scrivere in un recente editoriale, la frenesia di una finta innovazione e di una rigenerazione che si rivela solo formale, oltre che raffazzonata, non fa altro che peggiorare le cose. Demolendo fin dalle radici una costruzione entusiasmante fatta di affermazioni sportive che, pur non essendo “benedette” dal simbolo (ecco che ritorna il concetto) dei cerchi olimpici, rappresentano tuttavia il coronamento di una intensa attività sportiva fatta, in gran parte, di sana e disinteressata passione (dilettantismo), ma anche di preparazione, sacrifici, costanza, determinazione e soprattutto di tanto coraggio. Noi della Fidasc ci siamo davvero stancati di subire questa sorta di doloroso ostracismo, motivato solo dalla presenza nel nostro nome della parola “caccia”, quasi si trattasse di un infamante “peccato originale”. Lotteremo, come abbiamo fatto fin dalla nostra nascita, contro un esilio, decretato da una politica impreparata ma anche da un’informazione che vivacchia con l’incubo di non uscire dai canoni di un atteggiamento anti-venatorio tanto ostinato quanto preconcetto. E la nostra sarà, come è sempre stata, una lotta combattuta a suon di medaglie e affermazioni internazionali di altissimo livello e di capacità tecniche e organizzative difficilmente uguagliabili.
“Alla faccia – come diceva il nostro compiano presidente onorario Bruno Modugno – di chi ci vuol male”.
“Il nome e i fatti – editoriale” di Felice Buglione, Caccia & Tiro 12/2020-01/2021 – © Fidasc – Foto d’archivio


