Con il rischio di sembrare irriverenti per un argomento così elevato, parlando di alcuni Papi ci accorgiamo come la caccia, o più in generale la vita agreste, abbia propri spazi. Di certo Cesare De Cupis nel raro libro “La caccia nella Campagna romana secondo la storia e i documenti”, pubblicato nel lontano 1922, racconta il contado e i boschi laziali spettatori di grandiose cacce che, dal Medioevo al Novecento, hanno caratterizzato le corti europee, papato compreso. Non è però di questi fasti che vi volevamo parlare, ma di aspetti più privati ricollegabili alla vita di campagna. In questo quadro ci piace ricordare Papa Giovanni XXIII che, fin da giovane, era solito percorrere un cammino nel suo paese natale lungo il quale erano ben disposti numerosi roccoli che, sicuramente in autunno, risuonavano delle splendide melodie dei richiami cantori. Forse qualche volta si sarà pure recato in quello del fratello, grande appassionato. Un fatto curioso è invece di tempi più recenti quando, in un angolo dei giardini vaticani, alle spalle della Grotta di Lourdes, durante la quotidiana preghiera del rosario recitata passeggiando lungo i viali, Papa Benedetto XVI era solito incontrare un merlo bianco. Questa creatura estremamente rara ha un forte significato simbolico in molte culture e tale colore associato alla purezza, lo rende un simbolo di trascendenza spirituale, rinascita o trasformazione interiore.
IL SUO PONTIFICATO
Per parlare di caccia vera e propria, praticata verso selvatici minori, il riferimento principale è un altro Pontefice, sul quale sono numerosissimi gli aneddoti ancora tramandati. Dopo la morte di Pio IX, il 7 febbraio del 1878, il conclave che si svolse dal 19 al 20 febbraio elesse al terzo scrutinio Papa il cardinale camerlengo Vincenzo Gioacchino Pecci, che assunse il nome di Leone XIII. La salute cagionevole lasciava presagire a un papato di transizione, mentre si sarebbe rivelato addirittura il terzo per durata e, soprattutto, si sarebbe attuato un profondo mutamento nell’impostazione del Papato rispetto ai predecessori. Leone XIII è infatti ricordato per aver affrontato le sfide della modernità e cercato di ridefinire il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo. Fu il primo Pontefice che non esercitò il potere temporale e, anche per questo, si impegnò a superare l’isolamento della Santa Sede attraverso un’intensa attività diplomatica e pastorale. A 90 anni ebbe la forza di indire il primo Giubileo del ‘900 e durante il suo pontificato il coraggio di pronunciare ben 86 encicliche tra cui la Rerum Novarum (1891), che segnò una svolta nella dottrina sociale della Chiesa, difendendo i diritti dei lavoratori, promuovendo salari equi, condizioni di lavoro dignitose. A questa immagine universalmente nota si unisce quanto era rimasto in lui del gentiluomo di campagna, amante della natura e della caccia, che gli proveniva dalla famiglia di origine, della piccola nobiltà rurale di Carpaneto, nei dintorni di Roma. Qui fin da giovane era solito cacciare assieme a vari compagni portando, oltre alla profonda fede, sempre nel cuore questo amore che comprendeva tutta la vita di campagna. In Vaticano, nei momenti liberi dalla pressione degli impegni pontifici, era infatti solito intrattenersi con persone umili come Sor Cesare il giardiniere, con il Baldassarri fido cameriere, con il guardiacaccia e il vignaiolo per ragionare sulle vigne, sul passo delle allodole, sulla semina o sulla vendemmia. Si racconta che questo stile di vita lo avesse subito messo in chiaro quando, appena eletto Papa, il fido cameriere Baldassarri che lo aveva seguito dalla sede vescovile di Perugia, euforico per l’elezione, gli si presentò con nel vassoio un pranzo più ricercato del solito, pensando di adeguare il menu al nuovo rango. Leone rimandò tutto velocemente indietro per continuare a seguire la solita rigorosa dieta: “Se sono diventato Papa… che c’entra il mio stomaco”. Sempre come racconta il fedele Baldassarri, il Papa dormiva pochissimo e non mangiava quasi niente: a mezzogiorno una tazzina di brodo ristretto, un’ala di pollo e qualche verdurina dei suoi orti vaticani. La sera petto di pollo o gli avanzi del pranzo, e ogni tanto qualche pezzo di torta casalinga e un bicchierino di terapeutico “Vino Mariani”: apprezzato da re e regine, era un tonico molto in voga all’epoca inventato dal chimico francese Angelo Mariani facendo macerare nel Bordeaux foglie di coca del Perù. Una vera panacea per tanti mali e un prodigioso ricostituente, al punto che il Santo Padre onorò l’inventore con una pergamena di elogi e una medaglia d’oro. La rigorosa routine di questi magri pranzetti veniva rotta da qualche trasgressione con “schidionate di uccelletti arrosto”, frutto della sua passione per la caccia e della doppietta pontificia di marca belga, regalo e ricordo della sua nunziatura a Bruxelles.
L’AMORE PER LA CAMPAGNA
Sicuramente mangiare gli uccelletti non era peccato. Papa Pecci condivideva l’avventura venatoria nella vigna pontificia soprattutto con Cecchini, il più fido delle sue guardie, che qualche volta aveva anche il privilegio di sparare con l’amatissimo fucile. A questi uccelletti, che cadevano sotto i colpi della doppietta, veniva riservato l’onore di finire arrosto sulla tavola papale, forse più modesta di quella di qualche parroco di campagna. Era bello vedere il Papa percorrere i filari e controllare il raccolto parlando di tutto con il suo viticoltore come si fa in campagna: potature, ramature e quant’altro dovesse portare alla gloria della vendemmia erano motivo di accese discussioni. Per realizzare il vigneto Sua Santità, si era fatto aiutare da un parroco padovano, agronomo empirico don Candeo, ricevendo dalla Francia i più selezionati vitigni di Bordeaux. Nonostante le amorevoli cure e le attenzioni papali i documenti raccontano però di un modestissimo vinello. Oltre alla vigna, per le gioie della caccia Leone fece anche costruire un roccolo sulla spianata verso la Pineta Sacchetti, vicino alla Madonna della Guardia, affidato a un tale Anzini. La cacciagione veniva consumata dallo stesso Pontefice e il resto regalato. Per difendere la vigna e gli orti del Vaticano erano invece attivamente cacciati le cornacchie e gli uccelli rapaci, tanto che il Papa dava un premio per ogni rapace ucciso. Gli orti, il Pantanello, il Pallone, il Bosco quest’ultimo dove oggi c’è la sede della Radio Vaticana, erano infatti importantissimi per rifornire la mensa papale e non solo. A distribuire i frutti era il “porterba”: l’ultimo in carico, Ferdinando Peri, poteva vantare antenati che facevano tale mestiere fin dai tempi di Pio VI. Leone XIII è anche ricordato per essere stato il primo Papa a mandare via radio la benedizione, nonché il primo ad incidere, con la propria voce, l’Ave Maria in latino: cosicché la sua parola potesse arrivare ai cattolici di tutto il mondo. Ci piace però ricordare ancora un aneddoto. Questo Papa amante della natura fece portare, sempre nei giardini vaticani, daini, caprioli e gazzelle giunte dall’Africa, lasciandoli liberi. Si racconta che un giorno una gazzella si gettò verso di lui: il Pontefice, per nulla spaventato, tranquillizzò il piccolo seguito che l’accompagnava dicendo: “Un leone non può aver paura di una gazzella”!
Tratto da “Ritratto di Leone XIII, il Papa cacciatore”, di Carlo Romanelli e Barbara Biggi, Caccia&Tiro 06-07/2025.
Leone XIII in un ritratto ufficiale.




