LA PIÙ IMPORTANTE AZIENDA AL MONDO – EDITORIALE

Spesso pensare all’assenza delle cose aiuta a comprenderne la reale importanza. Se applicassimo questo approccio alla natura scopriremmo che i “servizi” da essa “erogati” rivestono un grande ruolo nella nostra vita. Questi “servizi” sono chiamati servizi ecosistemici e ad essi può essere attribuito un valore economico, definito “capitale naturale”. Potremmo valutare quanta anidride carbonica un albero è capace di trasformare in ossigeno, elemento vitale per quasi tutti gli organismi viventi, poi valutare quanti danni economici provoca l’assenza di quell’albero ed il conseguente aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera. Potremmo anche spingerci a considerare quanto ci costerebbe sostituire quell’albero con una ipotetica macchina, messa nelle condizioni di svolgere la sua stessa funzione. Questo è un esempio di capitale naturale, ovvero di risorsa naturale che fornisce beni e servizi gratuiti, detti appunto ecosistemici. Tra questi possiamo annoverare anche l’acqua, il terreno fertile, l’aria, gli organismi viventi, la geologia… La percezione che abbiamo, nella nostra società, è che tutto si regga sulla tecnologia, sotto il vigile controllo dell’uomo, capace di provvedere a se stesso. La realtà è che le basi stesse della nostra vita poggiano su meccanismi naturali “gratuiti” che diamo per scontati, ma che scontati non sono, visto che li abbiamo indeboliti e in alcuni casi distrutti nel corso dei secoli. Oggi l’orientamento, a livello internazionale, è quello di gestire al meglio il capitale naturale, i controlli del quale contribuiscono alle decisioni politiche e agli orientamenti futuri delle politiche nazionali e sovranazionali.

Nel nostro Paese esiste un Comitato che fa capo al ministero per la Transizione ecologica, che si occupa proprio di questo. Nel IV Rapporto sullo stato del Capitale naturale, diffuso proprio nel 2021, tale Comitato ha affermato che “la nostra deve essere la prima generazione che lascia i sistemi naturali e la biodiversità in uno stato migliore di quello che ha trovato”. L’obiettivo è quello di ottenere, entro il 2030, “il blocco della perdita della biodiversità e l’inversione dei processi del suo degrado e i primi risultati di una grande ‘opera pubblica’ di tutela e ripristino dei nostri ambienti terrestri e marini, che costituiscono la base fondamentale del benessere e della salute di noi tutti e che favoriscono l’economia e l’occupazione”. “Con il 2021 – scrive il Comitato – si aprono i dieci anni fondamentali per avviare concretamente il nostro mondo sulla strada della sostenibilità, in linea con gli impegni derivanti dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile, dal Green DealEuropeo e dalle nuove Strategie europee per la Biodiversità e Farm to Fork”. È necessario, scrive il Comitato, un cambiamento trasformativo, attraverso una “fondamentale, sistemica riorganizzazione dei fattori tecnologici, economici e sociali, nonché dei paradigmi degli obiettivi e dei valori”.

Tra i dati emersi nel IV Rapporto sul Capitale naturale ci sono quelli sullo stato di conservazione dell’avifauna: il 25% degli uccelli sarebbe a rischio di estinzione e il 63% in cattivo o inadeguato stato di conservazione. Sarebbero 29, invece, le tipologie di ecosistema a rischio, su un totale di 85, e ammonta al 39% la superficie nazionale con ecosistemi in pericolo, vulnerabili e a rischio, in particolare nelle ecoregioni adriatica e padana. Nel nostro Paese, inoltre, l’incremento della superficie forestale è pari allo 0,2%, con il 45% di ambienti ad elevata biodiversità e 12 milioni di ettari totali, pari a circa il 40% della superficie nazionale. Questi alcuni dei dati riportati ai quali si affiancano anche quelli sullo stato di conservazione delle foreste urbane e delle praterie marine. Su questi dati e su altri più dettagliati il Comitato ha poi effettuato stime economiche su eventuali perdite e rendite, ipotizzando infine interventi e soluzioni. Proprio sul Rapporto presentato dal Comitato per il Capitale Naturale ha espresso qualche criticità l’Ufficio Studi e Ricerche faunistiche e agro-ambientali Federcaccia: “In merito all’identificazione degli ecosistemi degradati troviamo fuori luogo il riferimento all’epidemia Covid-19, che nel Rapporto è stata associata alle aree più compromesse, mentre il tasso d’incidenza dell’infezione è stato elevato anche in aree diverse, come la Valle d’Aosta e la Provincia di Bolzano (Dati Istat). Inoltre, la scelta di utilizzare solo la classe degli uccelli come riferimento per la valorizzazione dei servizi ecosistemici risulta parziale e non è comunque stata eseguita in modo del tutto oggettivo”.

Escludendo gli altri taxa, come ad esempio i mammiferi o gli insetti, secondo l’Ufficio Studi non si contabilizza una quota di capitale naturale e di servizi ecosistemici correlati di estrema importanza. Inoltre, viene sottolineato che non è stata fatta, sotto il profilo economico, una valutazione dei servizi ecosistemici che coinvolgono anche l’attività venatoria e la gestione degli habitat e delle specie di fauna selvatica per fini venatori: approvvigionamento (“filiere” della carne di fauna selvatica); regolazione e mantenimento (mantenimento e gestione di popolazioni e di habitat della fauna selvatica); culturali (gradimento ottenuto dagli usi ricreativi-esperienziali delle specie di fauna selvatica e dalla natura, che comprendono attività come la caccia, pesca, birdwatching, etc.). Tutto questo avrebbe portato ad una sottostima del valore economico dei servizi ecosistemici, tanto più se si considera che “la caccia sostenibile rappresenta un motore di investimenti ambientali, di miglioramento e ripristino degli habitat, di reintroduzione delle specie, di controllo delle specie problematiche e di quelle aliene (tra le principali cause di degrado della biodiversità), di vigilanza contro gli illeciti (altro importante fattore di minaccia) e di volontariato gratuito. Nondimeno i cacciatori versano tasse regionali e nazionali molto cospicue che dovrebbero essere espressamente reinvestite in beni naturali”.

Nel IV Rapporto, inoltre, il tema degli uccelli non affronta minimamente le azioni di conservazione e di ricerca intraprese dal mondo dei cacciatori, quelle di miglioramento ambientale realizzate dagli Atc, Ca e Afv, gli studi pubblicati su riviste scientifiche riconosciute. Secondo L’Ufficio Studi Fidc nella valutazione dello stato di conservazione delle singole specie di uccelli nidificanti in Italia il IV Rapporto utilizza criteri più restrittivi rispetto al concetto di rischio di estinzione definito dalla Lista Rossa Iucn. Non sembra inoltre essere stata considerata in questa analisi “l’interazione fra specie, che determina incrementi e decrementi ciclici fra le diverse comunità ornitiche”. L’Ufficio Studi si chiede anche quale sia la reale congruenza del quadro espresso dal IV Rapporto, considerato che “i dati di popolazione e gli areali di riferimento per la valutazione dello status degli uccelli nidificanti sono quelli del vecchio Progetto atlante italiano risalente addirittura al 1994”.

Qualche criticità quindi è stata espressa riguardo al IV Rapporto e sicuramente una questione così importante meriterebbe maggior accuratezza, nonché la raccolta di dati il più possibile aggiornati. L’impresa di invertire la tendenza è grande, lasciare alle future generazioni un capitale naturale maggiore rispetto a quello che abbiamo ereditato è di certo un obiettivo lodevole e difficile, per raggiungere il quale sarà necessario affinare sempre più capacità di analisi e strumenti. Un fatto merita comunque di essere sottolineato: se guardiamo la nostra realtà dal punto di vista del capitale naturale, possiamo dire che la natura rappresenta la più importante “azienda” al mondo, che produce miliardi di euro di “utile” se tutelata, ma che porta a miliardi di euro di perdite se non si riorientano le politiche produttive, economiche e sociali.


“Primo piano”, di Valeria Bellagamba, Caccia & Tiro 7/2021.


La natura rappresenta la più importante “impresa” al mondo, che produce miliardi di euro di “utile” se tutelata, ma che porta a miliardi di euro di perdite se non si riorientano le politiche produttive, economiche e sociali – Foto JuergenPM (Pixabay License)


 

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