Per oltre quarant’anni l’ambientalismo italiano ha rappresentato una delle culture politiche più influenti del Paese, contribuendo a modificare – non sempre in meglio – il rapporto degli italiani con il territorio, l’ambiente e la fauna. Accanto a indubbi meriti soprattutto a favore della conservazione del paesaggio e lotta all’inquinamento, si è sviluppata e radicata una forma di ambientalismo fondata prevalentemente sul principio del rifiuto: no ai termovalorizzatori, no agli impianti energetici, no alle grandi opere, no agli interventi di gestione attiva della fauna e no, naturalmente, alla caccia. È proprio della lotta alla caccia che le organizzazioni animaliste – ormai difficilmente distinguibili da quelle ambientaliste – hanno fatto il loro business principale, sia in termini di impegno politico che di raccolta fondi. Anche a causa delle loro continue azioni di disturbo, come i ricorsi amministrativi, le campagne mediatiche e una costante demonizzazione del mondo venatorio, i praticanti sono progressivamente diminuiti. Parallelamente, però, si è assistito alla crescita incontrollata di alcune specie selvatiche, a partire dal cinghiale, con danni all’agricoltura stimati in decine di milioni di euro, centinaia di incidenti stradali anche mortali e rischi sanitari sempre maggiori, vedi PSA. Di fronte a questi problemi, dal mondo ambientalista arrivano soprattutto posizioni di principio e slogan, senza proposte concretamente attuabili. È proprio sul tema della gestione faunistica che emergono alcune delle principali contraddizioni. L’Unione Europea chiede da anni agli Stati membri di adottare misure efficaci per il contenimento delle specie invasive e per il controllo delle popolazioni che minacciano biodiversità, agricoltura e salute pubblica. In Italia, molti interventi di eradicazione o contenimento sono stati rallentati o ostacolati fino a bloccarli da ricorsi e campagne ideologiche e anche su questo arriverà a breve il conto da Bruxelles. Analoga dinamica si è verificata sul fronte delle infrastrutture ambientali. L’opposizione a impianti di trattamento dei rifiuti, termovalorizzatori, depuratori e opere energetiche ha spesso contribuito a ritardi che continuano a produrre costi elevatissimi. Secondo i dati del Dipartimento per gli Affari europei, il settore ambientale rappresenta ancora il principale fronte di contenzioso con Bruxelles. Emblematico è il caso delle discariche abusive: dopo la condanna della Corte di giustizia dell’Unione europea del 2014, l’Italia ha già versato oltre 261 milioni di euro tra sanzioni e penalità. Analoga la vicenda dei depuratori e del trattamento delle acque reflue, che nel 2018 è costata al Paese una nuova condanna con sanzioni milionarie. Si tratta di risorse sottratte ai cittadini: centinaia di milioni di euro che avrebbero potuto essere investiti nella manutenzione del territorio, nella prevenzione del dissesto idrogeologico e nel miglioramento dei servizi ambientali. O nella sanità, nella scuola, nei trasporti… Ma gli ambientalisti dove erano? Molti hanno ricoperto e ricoprono ruoli nelle amministrazioni locali, in Parlamento e perfino al Governo. Emblematica, in questo senso, la stagione del ministro Sergio Costa, caratterizzata da una forte impronta ambientalista e animalista. Lo stesso Costa si presentava spesso ad appuntamenti istituzionali con la spilletta della LIPU e nominò capo della propria Segreteria Fulvio Mamone Capria, allora presidente nazionale dell’associazione. Non tutti i conflitti di interesse evidentemente hanno lo stesso peso. Eppure, proprio durante quella stagione politica l’Italia continuava a figurare tra i Paesi europei maggiormente esposti alle procedure d’infrazione ambientali, pagando sanzioni milionarie per discariche abusive, depurazione delle acque, qualità dell’aria e ritardi nell’attuazione degli obblighi comunitari. Una circostanza che evidenzia la distanza tra l’ambientalismo declamato e la capacità di tradurre gli obiettivi ecologici in risultati concreti. Perché il problema dell’Italia non è mai stato un deficit di retorica ambientalista, ma piuttosto una cronica incapacità di affrontare i problemi con pragmatismo. Così, mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi su campagne simboliche e sulla contrapposizione ideologica a determinate opere o attività, l’Italia resta tra i Paesi europei maggiormente esposti al rischio di nuove procedure e ulteriori sanzioni proprio per il mancato raggiungimento degli obiettivi ambientali fissati dall’Unione. Ogni ritardo nella realizzazione di impianti di trattamento dei rifiuti, nel completamento delle reti di depurazione o nell’attuazione dei piani di gestione delle specie invasive produce infatti un duplice danno: ambientale, perché perpetua situazioni di degrado, ed economico, perché trasferisce sui contribuenti il costo delle inadempienze. La vera sfida non è dire sempre no, bensì conciliare conservazione e gestione, tutela e sviluppo, biodiversità e responsabilità amministrativa, conservazione e uso sostenibile delle risorse naturali. Perché il conto dei ritardi, delle occasioni perdute e delle sanzioni europee, alla fine, non viene pagato da chi promuove il veto e se ne fa pure vanto elettorale, ma dai cittadini italiani.
“Primo piano”, di Marco Ramanzini, Caccia & Tiro 08/2026.
Dopo la condanna della Corte di giustizia dell’Unione Europea del 2014, l’Italia ha già versato oltre 261 milioni di euro tra sanzioni e penalità. Analoga la vicenda dei depuratori e del trattamento delle acque reflue, che nel 2018 è costata al Paese una nuova condanna con sanzioni milionarie. Si tratta di risorse sottratte ai cittadini – Foto generata con Gemini AI


