QUEI BRAVI RAGAZZI DI BOTTEGA

Nelle botteghe artigiane degli armaioli di buona memoria, i “gregari” erano spesso più di uno. Dediti alla forgia e alla lima da mane a sera, aiutanti preziosi, devoti al lavoro. Dalle loro mani uscivano i pezzi che poi, tirati e rifiniti con indubbia e insuperabile vena artistica dal “capitano”, ricevevano di questo il nome sulle bascule, per portarlo nella storia. È così che sono nati tantissimi capolavori artigianali di archibugeria. Qualcuno di quegli operai di bottega ebbe talvolta anche una piccola produzione propria e diede pure origine, in alcuni casi, a minuscole e laboriose dinastie. Di tali armaioli minori ve ne sono stati ben più di quanti si sappia. “Ce n’era un’infinità”, mi diceva l’armaiolo-incisore Natale Fabbrizioli di Rimini (1923-2017), in un colloquio ormai di tanti anni fa, proprio mentre stava rifacendo lo zigrino a una “sconosciuta” doppietta Gasperoni. Da qualcuno dei pochi, o pochissimi, lavori di quegli aiutanti di bottega traspare un’essenza intima e personale e, in alcuni casi, una mano ben più che felice. È stato possibile, e interessante, recuperare immagini e testimonianze di giorni passati di quella che fu la scuola armiera romagnola, grazie alla disponibilità di alcuni eredi e di qualche collezionista privato. I lavori osservati confermano ancora una volta come la Romagna del tempo potesse essere considerata una “piccola Brescia”, non come termine diminutivo ma come fucina di alta archibugieria.

EX OPERAI DEGLI ZANOTTI: ADOLFO GENNARI
Il materiale reperito si riferisce particolarmente a ex operai della bottega Zanotti. Sono armi nate durante e dopo l’epopea della grande famiglia di archibugiari, nelle modeste officine di riparazione che qualcuno di quegli operai aveva attrezzato in proprio. Erano i tempi in cui per le soluzioni dei bagni di brunitura delle canne si utilizzava l’acqua piovana, e le prove di rosata si facevano sparando sulle spianate di creta lasciate dalla piena lungo l’alveo del fiume. Erano però anche i tempi in cui, nelle vecchie stanze delle botteghe, figlia di una grande fierezza professionale, aleggiava la consapevolezza di lasciare un segno nel tempo. In quel di Filo di Argenta (FE), sorse una brevissima dinastia con Adolfo Gennari (1877-1976). Originario di Mulino di Filo, fu lui, fabbro di mestiere, a dare origine al rapporto della famiglia con le armi. I Gennari, secondo costume emiliano-romagnolo venivano localmente identificati con un soprannome, i “freb” (fabbri), che derivava per l’appunto dall’attività familiare. Lavorò presso gli Zanotti, non continuativamente, dopo il 1920, conciliando da quel momento l’attività di fabbro con quella di armaiolo. Non risulta abbia costruito armi. La sua attività armiera fu di armaiolo riparatore. Vivendo ai bordi dell’allora grande Valle di Comacchio, era un riferimento per i cacciatori che si rivolgevano a lui per le riparazioni e per le eventuali modifiche. In quegli anni di scarsa economia, quando non di peggio, pochi potevano permettersi il lusso di un fucile nuovo. Si cercava quindi di recuperare al meglio vecchie armi, riparando e modificando. C’erano inoltre le armi che erano state sepolte durante la guerra per non essere consegnate e anche quelle dovevano essere rese nuovamente funzionanti. Le cartucce si caricavano a mano, chiudendole con l’orlatore a manovella fissato con un morsetto allo schienale di una sedia. Adolfo ebbe due figli. Uno, Ottavio (Mulino di Filo, 1900-1986), fu a sua volta operaio, non continuativamente, nella bottega degli Zanotti a Santa Maria in Fabriago di Lugo (RA). Conosciuto anche come Giuseppe, e soprannominato “Peppino”, Ottavio continuò a fare l’armaiolo a Mulino di Filo. Fu armaiolo molto stimato. A differenza del padre ebbe una piccola produzione: 4 doppiette. Su queste si firmò, per l’appunto, G. Gennari (Giuseppe Gennari). Mantenne ottimi rapporti con Fabio Zanotti anche dopo la chiusura della bottega di Santa Maria in Fabriago.

GIUSEPPE MASIRONI
Giuseppe Masironi (1900-1973), originario di S. Bernardino di Lugo (RA), lavorò presso gli Zanotti, dal 1917 al 1938 circa, anche nel negozio di Bologna. Esercitò in proprio alla “Lombardina” di S. Bernardino di Lugo, dal 1945 al 1971. Giuseppe Masironi fu certamente il più prolifico fra gli armaioli ex allievi zanottiani. Dalla sua bottega, negli anni che vanno dal 1945 al 1971, uscirono 21 fucili, 18 doppiette e 3 sovrapposti. Ebbe un grande rapporto di amicizia e collaborazione con Arnoldo Zaccaria. Il corriere per le commissioni fra Ravenna e la Lombardina, era spesso Tito Tasselli, il ragazzo di bottega di Zaccaria, che tenne poi a sua volta, anche se in modo discontinuo, un piccolo laboratorio di riparazioni a Ravenna, dove anche lo scrivente si è alcune volte recato per piccoli lavori. Oltre che con Zaccaria, Masironi ebbe un grande rapporto di stima reciproca con Francesco Medici (1924-2021), che incise le più significative delle sue armi. Fu persona di alta interpretazione del proprio lavoro. Altre memorie riportano un suo rifiuto a un cliente certamente particolare, e senz’altro sarebbero stati soldi, che chiedeva di modificare le canne e la bindella di una doppietta quasi finita, il cui grezzo proveniva da una barra di acciaio svedese risalente alla bottega degli Zanotti. Un no per dire che l’opera è questa, è nata così e così rimane! Raoul Gardini, questo era il cliente, non ebbe mai quella doppietta, che fu poi incisa da Medici con una dedica esclusiva per Giuseppe Masironi.

PAOLO TAMBURINI E MASSIMO CASSANI
Paolo Tamburini (1898, S. Bernardino di Lugo-RA/1955, Lavezzola-RA) fu un altro piccolo archibugiaio cresciuto alle fucine degli Zanotti. Fu operaio presso di loro, non continuativamente, a Santa Maria in Fabriago. Soprannominato “Palutina” per la statura non elevata e la corporatura rotonda, era fratello di Giuseppe Masironi per parte di madre. Mantenne con questo un rapporto stretto di lavoro, nella bottega della via Lombardina a S. Bernardino di Lugo. Costruì una doppietta che non riuscì a completare prima della morte. L’arma passò al figlio Luigi che completò l’opera, facendola poi incidere da Francesco Medici. Verosimilmente, la lucidatura dei legni venne effettuata da Tito Tasselli, citato sopra. Una nicchia particolare di questo speciale artigianato, fu occupata Massimo “Mino” Cassani (1895, S. Bernardino di Lugo – 1986, Belricetto di Lugo). Parlare di Massimo Cassani è, in pratica, come parlare degli Zanotti stessi. Nipote di Tomaso Zanotti, essendo figlio della sorella di Tomaso, Rosa, entrò nella storica bottega all’età di 11 anni, seguendo praticamente tutta la storia della famiglia. Operò per lunghi periodi anche presso il negozio di Bologna, e proseguì da solo l’attività alla Bruciata di Lugo dopo che la famiglia di archibugiari l’aveva definitivamente abbandonata. Pur richiesto da note case bresciane, restò sempre fedele alle origini sia territoriali che professionali di libero artigiano. Dalla vecchia casa-officina continuò comunque a fornire collaborazione a Fabio e Stefano, effettuando per loro diversi lavori. Cavaliere di Vittorio Veneto, persona di grandi qualità professionali e umane. Le figlie, che gentilmente acconsentirono ormai anni fa di fotografare le armi da lui ereditate, ricordavano un particolare di un incontro fra il padre e Arnoldo Zaccaria che gli mostrava una delle doppiette da lui costruite: “Zacarì (in Romagna si adeguavano al dialetto anche i cognomi – Nda.), a pòssia avdé la s-ciòpa?” (“Signor Zaccaria, posso prendere in mano la doppietta”?). Il rispetto e la considerazione verso quell’armaiolo ormai famoso, spingevano a chiedere il permesso di prendere in mano uno dei suoi lavori. Dotato di estrema cognizione del proprio mestiere, profuse tutto sé stesso, fino alla fine, per la vita della bottega. Se l’espressione può servire a completare il quadro personale, diciamo che Cassani fu uno Zanotti di fatto, anche e soprattutto come attaccamento ai valori morali e tradizionali della professione. Negli ultimi anni di attività realizzò 4 doppiette con il proprio nome.

GIOVANNI PETRONCINI E GLI STANZANI
Giovanni “Giannetto” Petroncini (1895-1977, Villa S. Martino di Lugo) fu fedele e preziosissimo operaio della bottega dei Toschi. Trascorse presso di loro tutta la propria attività lavorativa e praticamente tutta la propria vita, seguendoli anche nel trasferimento alla Ghiacciaia di Villa San Martino (conclusosi nel 2006 Nda.), sede temporanea dei Toschi dopo che la storica bottega al n. 105 di via Provinciale Bagnara, priva di vincoli architettonici, venne abbattuta nel 1999 per esigenze urbanistiche. Entrato in bottega all’età di 14 anni, all’epoca di Roberto Toschi, ha interpretato la figura di armaiolo al quale il mestiere “entrava dentro”. Sicuramente dalle sue mani sono passati alcuni momenti importanti di storia dell’antica e famosa famiglia di archibugiari. Fino agli ultimi giorni ebbe espressioni di attaccamento e devozione alla “casata” che gli aveva dato da vivere. Godette della non facile stima di Arnoldo Zaccaria, del quale fu amico e collaboratore saltuario. Ricevette il titolo di Maestro del Lavoro nel 1958 (Presidente: Gronchi – Min. Interni: Gui) e, con Decreto del 27/02/1971, gli fu assegnata l’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto. Nel giugno 1969, la Camera di Commercio di Ravenna gli conferì la Medaglia d’Oro per i 50 anni di lavoro. Realizzò una sua doppietta, che fece incidere da Natale Fabbrizioli.

Chiudiamo la carrellata dei “ragazzi” con un caso a sé stante, nel senso che, prima allievi, gli Stanzani ebbero poi una notissima affermazione personale come produttori. Amedeo e Innocente Stanzani, e Carlo figlio di Amedeo, seppero infatti affermarsi nella Bologna dell’epoca degli Zanotti (gli Zanotti furono a Bologna dal 1860 circa, al 1951 circa Nda), allora piazza difficile per emergere. Amedeo (1879-1940) era stato allievo di Raffele Salmi, armaiolo bolognese di metà Ottocento. Un altro Salmi, Onofrio, si trasferì a Milano e là svolse il mestiere di armaiolo. Fedeli alla linea della doppietta romagnola (seni di bascula lunghi e piani di bascula lunghi fino a 58 cm, quindi armi non leggere Nda), le armi Stanzani si distinguevano tuttavia per la maggior leggerezza di bascula rispetto alle Zanotti. La validità delle loro armi e la robustezza delle loro chiusure fecero conoscere gli Stanzani ben oltre la cerchia cittadina. Numerosi furono i tiratori al piccione che calcarono le pedane internazionali con doppiette Stanzani. Piero Raggi, fine oplogo ravennate (mancato nel 2016), fraterno amico del notissimo oplogo-scrittore Gianoberto Lupi (1930-2013) e autore di alcune pubblicazioni in tema, definì un capolavoro, la “s-ciòpa d’Alfredino”, la doppietta prodotta dagli Stanzani per Alfredo Zambonelli, uno dei più forti tiratori bolognesi dell’epoca, che con quella vinse un Grand Prix di Montecarlo nel 1911. La doppietta fa ora parte della collezione Venturi di Russi (RA), (mail: stefanoventuri69@alice.it per eventuali visitatori interessati). Importanti i premi che gli Stanzani ricevettero alle esposizioni di manifatture artigianali. A ulteriore conferma della bontà del loro lavoro, in occasione di un ordine di canne inoltrato alla famosa Webley & Scott inglese, ricevettero da questa uno scritto di congratulazioni per la qualità dei fucili prodotti. Ebbero anche l’onore della cronaca su il “Il Resto del Carlino”, in occasione di un elogio che rivolse loro Guglielmo Marconi per l’ottima fattura della loro lavorazione.

CONCLUSIONI
Ragazzi di bottega dalle vite piene d’impegno e ingegnosità professionali. Uomini di modesta estrazione ma con personalità ben definite, ognuno con il proprio carattere e le proprie convinzioni. Tutti loro hanno contribuito a scrivere pagine di storia dell’artigianato italiano. Dei grandi gregari, che hanno sempre tirato la volata al proprio capitano, ma che hanno anche dimostrato di saper tagliare più di una volta il traguardo.


Tratto da “Quei bravi ragazzi di bottega”, di Roberto Aguzzoni, Caccia & Tiro 06-07/2026.


Riproduzione di una foto della vecchia officina Toschi a Villa San Martino di Lugo (RA). Qui lavorava Giannetto Petroncini. Analogo aspetto avevano le vecchie officine del tempo – Foto dell’autore


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