FRANCO PERCO: “SONO UNO ZOOLOGO PROGETTISTA”

E’ un autore che non ha certo bisogno di presentazioni, dal momento che il suo nome è da tempo conosciutissimo nell’ambiente della ricerca e della gestione faunistica. Si tratta di Franco Perco, uno dei massimi esperti italiani di ungulati, che qualche mese fa ha dato alle stampe attraverso la nostra casa editrice – Greentime – la sua ultima “fatica”. Il manuale “Tecnica e scienza della Gestione Venatoria in Italia – Una complessità da conoscere” (pagg. 432 – 29,00 euro), nel quale, proprio in virtù delle sue molteplici esperienze professionali, dalla docenza universitaria alla dirigenza di un Parco nazionale, spiega in un linguaggio “universale”, comprensibile a tutti, un argomento complesso e importante come la gestione faunistico-venatoria. A tale proposito, gli abbiamo posto alcune domande, a cui ha risposto con la proverbiale disponibilità, a tratti inframmezzata dalla sua inconfondibile ironia.

Franco Perco scienziato, ricercatore, docente… così lei si descrive. Quali e quanti studi, quali e quante competenze hanno forgiato uno dei massimi esperti di ungulati in Italia?

Scienziato e ricercatore… Beh, ho fatto e pubblicato qualche lavoro, ma preferisco essere definito con la qualifica che mi davo all’inizio della carriera e cioè ‘zoologo progettista’. Quanto agli studi, purtroppo sono in buona parte autodidatta e temo che questo sia un merito. Infatti una cattedra universitaria nella quale si insegnasse qualcosa sui mammiferi che mi interessavano (gli ungulati), non c’era proprio, allora, in Italia. Fortunatamente, grazie anche a una madre poliglotta (la mia), capivo bene il tedesco e così mi sono fatto, come si dice, le ossa. Ho iniziato con la pratica (anche venatoria) e con lo studio delle uniche pubblicazioni ‘decenti’, ovviamente  mitteleuropee e in tedesco, sui miei animali preferiti come il capriolo e il cervo, nonché tutti gli altri ungulati. Determinante fu la mia esperienza nel Parco nazionale d’Abruzzo, come responsabile della reintroduzione di queste due specie. E sono grato a Franco Tassi, allora direttore, che mi onorò della sua fiducia e mi introdusse in un mondo, quello dell’ambientalismo nascente, che in quei temi stava compiendo i primi passi. In questo senso sono (stato?) più o meno una sorta di anfibio. In senso professionale, fra la caccia e la protezione. Purtroppo, un anfibio perseguitato, perché i cacciatori mi additavano spesso come nemico e i protezionisti non si fidavano di me. Una volta almeno: l’altro ieri.

La gestione faunistica è la “Cenerentola degli interventi ambientali”: è uno stralcio da una sua intervista dello scorso ottobre, rilasciata al magazine online “Italiambiente”. Potrebbe entrare più nel dettaglio di questa affermazione?

Fino al primo dopoguerra i mammiferi e gli uccelli  erano ritenuti, in Italia, dannosi o innocui all’economia  e soprattutto oggetto di appropriazione non gestionale, la caccia (di allora) ‘per mero diletto’. Tutto ciò ha creato una mentalità faunistica di fatto economico-sportiva i cui riflessi sono ancora presenti. Ma l’attività venatoria non è uno sport. Poiché la fauna è un prodotto dell’ambiente e l’ambiente è di per sé un settore nel quale si investe pochissimo in quanto richiederebbe lungimiranza e… rinunce, figuriamoci se si desidera investire sulla fauna! C’è di più. La fauna, magari non tutta, produce forti emozioni  che fanno scaturire conflitti sociali, di natura etica. L’etica è un buona scusa per restare ignoranti in nome di sacri principi che non intendo disprezzare, ma dico solo che non sono condivisi da tutti. Con la conseguenza che ‘per non aver grane’ si preferisce non fare nulla e lasciare che la fauna se la sbrighi da sola, da povera Cenerentola. Qualcosa sta cambiando, è vero. Ma non vedo principi azzurri alle porte. E poi, fossero almeno verdi, con un bel loden! Qualcosa potremmo sperare.

Sempre tratti da questa intervista su “Italiambiente”, altri suoi due commenti ci hanno particolarmente colpiti: “Rigore negli interventi, senza dimenticare però le sensibilità umane e comunicando correttamente”; “Cominciare a insegnare la gestione faunistica nelle scuole sarebbe già un primo passo”

Un intervento faunistico deve basarsi sulla scienza. La quale non può che essere rigorosa. Tuttavia, questi interventi hanno elevati costi sociali, soprattutto perché gli umani hanno diverse opinioni su questa o su quella specie. Non basta. Gestire la fauna in una periferia urbana è diverso che gestirla in un Parco nazionale. Eppure, tutte le diverse sensibilità vanno considerate e ad esse va data una risposta formatrice, a seconda della situazione (parchi, ambiti forestali, zone agrarie, città, ecc.). La gestione faunistica va allora comunicata, bene, per farla condividere dal numero più elevato possibile non solo di fruitori ma anche di semplici  interessati. Ancora. Creare una sensibilità faunistica è un obiettivo nodale. Ed è nella scuola che ciò va fatto. Già la semplice conoscenza sarebbe un primo passo che si premierebbe di per sé: la fauna è sempre interessante e ha effetti profondi sulla psiche. È fondamentale allora conoscerla per gestirla meglio e, quindi, conservarla.

Il suo ultimo lavoro editoriale parla appunto di gestione, nella fattispecie venatoria. Dove sta, se esiste, la sottile linea di confine tra faunistica e venatoria? E perché ha voluto mettere nero su bianco le sue conoscenza su questo argomento che, ancora oggi, rappresenta, come da lei sottolineato, “… il regno dei buoni sentimenti e dei praticoni”?

Preciso che la gestione faunistica in generale ha diverse  finalità: economiche, ecologiche e conservative, turistiche, venatorie, educatrici, scientifiche, sanitarie. Per elencare solo quelle principali. Queste possono, o meglio devono, avere un peso diverso, a seconda dell’ambito fisico e istituzionale in cui c’è fauna. E ciò vale anche per le zone urbane. Nessuna opzione (o quasi) è da escludere a priori, ma la loro rilevanza deve essere diversa a seconda dell’ambito. E non solo. Ciò varia anche a seconda della specie. Gestire uno scoiattolo non è la stessa cosa che gestire il lupo. Gestire il lupo non è stessa cosa in una città o in un Parco nazionale o in ambiti zootecnici. L’opzione venatoria è una delle possibili opzioni gestionali e può essere l’opzione di maggior valore in una determinata area geografica. Tuttavia, deve pur obbedire all’obbligo assoluto che si esprime con una semplice parola: ‘Conserva!’. Come si conserva? Con scienza, conoscenza e coscienza. Ciò significa, quindi, tener conto degli aspetti sociali della gestione. Insomma, per gestire è necessario in primo luogo sapere il più possibile di Fauna, Ambiente e Società: mettere un’iniziale maiuscola non sarebbe inutile. Quanto alla mia frase ’… il regno dei buoni sentimenti e dei praticoni’,  dico solo che i buoni sentimenti servono per andare in Paradiso, per chi ci crede, ovviamente, mentre per la fauna sono inutili. Quanto ai praticoni, a loro difetta la strategia e una gestione di lungo respiro, aperta a molteplici esigenze e aspetti sociali in contrasto fra di loro. I praticoni possono talvolta risolvere piccoli problemi, con effetti non duraturi però e a prezzo di altre conseguenze. Tutto qui.

Una scelta vincente, quindi, quella di comunicare una scienza così articolata e, come già accennato mal interpretata, con un linguaggio in grado di “arrivare ovunque”: al tecnico come al docente universitario, al cittadino comune come allo studente, al dirigente venatorio come al cacciatore, ecc. Crede che riuscirà ad influenzare anche l’opinione pubblica, che continua a non comprendere (vista anche la sua complessità) la gestione di un bene comune come fauna e ambiente e il ruolo che la caccia riveste in essa?

Ci spero. Questo libro serve però poco a passare l’esame di caccia ed è dedicato soprattutto a studenti e docenti. Quindi, ad una parte fondamentale dell’opinione pubblica. Saranno loro a farsi propagandisti di una buona gestione faunistica, che non è detto debba essere solo quella venatoria. La gestione faunistica in senso lato non è comunque un ambito per pie dame, che si accontentano di ‘voler bene agli animali’. Fatti, scienza e controlli servono, invece. Chi si accontenta del ‘tanto amore’ sarà utile a sé stesso e ad altri immacolati idealisti, ma alla fauna proprio per nulla.

Lei è stato per diversi anni direttore del Parco dei Sibillini e dell’Osservatorio faunistico di Pordenone: questi incarichi quanto le sono stati utili nella scrittura del libro e, in generale, nella divulgazione per i cacciatori?

Molto. A Pordenone avevo a che fare quasi esclusivamente con i cacciatori e al Parco con… tutte le categorie umane possibili. Ho riconsiderato alcune mie illusioni e ho capito quanto ci sia da lavorare sull’educazione faunistica. Ho compreso meglio la facilità di coinvolgere nella gestione coloro che hanno uno stretto contatto con la fauna. Per essi i fatti contano e la teoria serve poco. Da queste premesse, pratiche, si può partire per creare una sensibilità faunistica maggiore, basata sulla conoscenza e sulla prassi. D’altra parte, mi sono reso conto che la fauna è la chiave emotiva per creare una concreta volontà di conservare il mondo della natura. Su questo bisogna insistere molto e purtroppo, lo dico, nelle Aree protette questo settore è ancora da sviluppare. Più emozioni vissute, meno teorie avulse dal concreto e zero ramanzine. Queste sono le chiavi per conservare la fauna!

La domanda a questo punto forse più “scomoda”: suggerimenti per cambiare l’immagine del cacciatore?

Ma non è per nulla scomoda! Un suggerimento semplice: cambiare la datata e già allora pessima legge del 1992, la 157. Il nuovo testo dovrà rendere il cacciatore responsabile. Di ciò che fa. Con o senza l’abolizione dell’art. 842 del Codice Civile. Ogni Ambito di caccia dovrà avere un progetto (piano faunistico) con contenuti formativi e di conservazione. Non viene realizzato per incapacità e incuria? A casa il responsabile e avanti un altro, migliore! Il cacciatore dovrà divenire gestore e non un mero ‘predatore inconsapevole’. Pertanto, la 157 va buttata dove merita. Era basata su di una caccia incosciente, priva di qualsiasi prospettiva gestionale. Non piangeremo per lei, nessun R.I.P.! Liberati da essa sarà facile, con i fatti e la loro comunicazione (senza pubblicità), procurare al mondo venatorio un’immagine adeguata e destinata a durare.

Ha in serbo qualche altro libro “nel cassetto” e quali sono – o potrebbero essere – i suoi buoni propositi per il 2021?

Un libro sul camoscio basato però sull’etologia, con molte foto e disegni. Adatto e voluto anche per gli ecoturisti e non solo o non tanto per i cacciatori. Poi, mi piacerebbe metter giù un libretto di altra natura, sui mantra, ovvero sulle nostre abituali giaculatorie. Concludo allora con questa, la numero due: C’è di peggio!

L’autore… Con “Parole Sue”

Come è facilmente intuibile, è lo stesso Franco Perco a descrivere il suo percorso umano e professionale… “Franco Perco è nato a Trieste. Quindi non è friulano ma giuliano. Viene da una famiglia di cacciatori/disegnatori di animali dal lato paterno e di appassionati di musica classica, da entrambi i lati. Pertanto, si è sempre interessato alla fauna, all’ambiente, alla musica “seria” e al teatro d’Opera. Laureato in Legge e Scienze naturali, è uno dei pionieri della gestione faunistica e venatoria italiana, soprattutto nel campo della caccia di selezione, del controllo selettivo nonché della fruizione delle aree naturali. Si è occupato di pianificazione di alcuni Ambiti venatori e di molte Aree protette, della reintroduzione della starna, dello stambecco, del camoscio, del capriolo e del cervo e dell’introduzione del muflone. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni e monografie sugli ungulati (cervo, muflone, capriolo) e sulla fruizione naturalistica. Consulente di diversi parchi (in primis del Parco nazionale d’Abruzzo), è stato per 14 anni direttore dell’Osservatorio faunistico di Pordenone e per altri 6 del Parco nazionale dei Monti Sibillini. Attualmente è presidente del Circolo culturale RiVA (Rinascita Venatoria e Ambientale) e collabora con la rivista Caccia Magazine. Correlatore a diverse tesi di laurea in materia faunistica, è docente o tiene conferenze di gestione faunistica e/o venatoria nonché per guide ambientali ed escursionistiche. Poiché ritiene di essere un eccellente italo-mitteleuropeo, è dotato di un sviluppato senso dell’ironia e vorrebbe allora essere ricordato – in vita – anche come buon comunicatore. Infatti, sa parlare”.


“Franco Perco: sono uno zoologo progettista”, di Francesca Domenichini, Caccia & Tiro 2/2021.


 

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