è stato dato alle stampe nel 2021 un importante lavoro di ricerca su una delle famiglie di armaioli bolognesi (così li chiameremo nel testo, usando un termine corrente) che esula dal contesto tecnico-artistico, e di comunicazione, che ha caratterizzato l’oplologia venatoria dei passati anni ’70 con le firme di noti autori cronisti e storici (Lupi, Preda, Granelli, Fabbri e altri ancora). Facciamo una breve premessa per collocare prima sul luogo e poi nel tempo l’attività di archibugeria in questo caso bolognese. È un fatto certo che, per quanto riguarda la storia emiliano-romagnola, tale attività attecchì, per molteplici motivi, sulla dorsale appenninica omonima. Attività sviluppatasi sia a livello familiare che di singoli fabbri in modo molto diffuso. I documenti che danno la conoscenza del fenomeno portano in genere date del XVII e XVIII secolo. A titolo di cronaca, per fare il punto, è anche opportuno aggiungere che la “palma” storica dell’archibugeria bolognese è stata tradizionalmente attributo della famiglia Acquafresca (Cecchi il vero cognome, Acquafresca il soprannome locale) che lavorò a Bargi, nell’attuale comune di Camugnano, nei secoli XVII e XVIII. La ricerca, riprendendo l’argomento principale, ha dato luce ulteriore alla ramificazione fin qui conosciuta di un’altra laboriosa famiglia di archibugiari bolognesi, i Negroni appunto citati nel titolo. La ricerca divenuta libro (Celebris ballistarum ignearum faber – I Negroni, dinastia di archibugiari bolognesi – ed. Gruppo di Studi Progetto 10 righe) è stata condotta da una giovane ricercatrice, Carmen Santi, che ha cortesemente accettato di parlare del suo lavoro.
Qual è stata la molla che è scattata per intraprendere il lavoro?
“Nel 2005 ho frequentato un master in management dei beni culturali a Torino, svolgendo il periodo di stage presso l’Armeria Reale. In questa occasione ho potuto vedere per la prima volta due armi prodotte dai Negroni e conservate nel museo torinese, un archibugio da caccia e un acciarino alla fiorentina firmato ‘Il Negroni in Casalechio’. Non avevo mai sentito parlare di una famiglia di archibugiari di nome Negroni che avessero abitato a Casalecchio di Reno, perciò iniziai a fare ricerche, prima bibliografiche e poi archivistiche, non avendo trovato pubblicazioni che potessero soddisfare la mia curiosità, che nel frattempo era cresciuta”.
Immagino un impegno non da poco per potere accedere ad archivi e musei.
“Certo, la difficoltà maggiore è stata proprio poter vedere le armi dei Negroni che, anche quando sono di proprietà di un museo, non sempre sono esposte. A questo proposito, sono convinta che numerosi esemplari non siano ancora stati loro attribuiti per questo motivo, ovvero che nessuno abbia avuto la possibilità di studiarli attentamente. Per quanto riguarda gli archivi, la maggior parte delle ricerche sono state compiute prima dell’epidemia di Coronavirus, perciò la fase di raccolta di documenti e informazioni non ha subito la battuta d’arresto causata dalla prolungata chiusura degli archivi fra il 2020 e il 2021”.
E anche immagino il tempo occorso.
“I miei primi appunti sui Negroni sono datati 2006. Nei 15 anni che sono passati fra l’inizio delle ricerche e la pubblicazione del libro ho certamente fatto anche tante altre cose, però mi sono sempre ripromessa di non perdere di vista l’obiettivo, che è stato quello di portare a compimento una ricerca che potesse essere la più completa e organica possibile. Inizialmente non pensavo di riuscire a produrre un intero volume sui Negroni, immaginavo piuttosto un articolo per qualche rivista (anche perché non ero poi così fiduciosa di trovare così tanti documenti inediti)”.
Quali reperti ha potuto osservare dal vivo e dove?
“In Italia sono tre i musei in cui è possibile osservare dal vivo le opere attribuite con certezza ai Negroni: l’Armeria Reale di Torino, il Museo Stibbert di Firenze e il Museo ‘L. Marzoli’ di Brescia. Devo poi ringraziare alcuni collezionisti privati che mi hanno permesso di esaminare le armi di loro proprietà”.
In quale località lavoravano i Negroni?
“Una delle caratteristiche dei Negroni è di aver dato vita a un’attività molto ramificata e diffusa sul territorio, non solo bolognese. Le origini dei Negroni si rintracciano tra Anconella e Scascoli, due località dell’alta valle del torrente Savena, nell’attuale comune di Loiano. Nella seconda metà del ‘600 la famiglia si sposta a Livergnano, nel comune di Pianoro, dove risiederà fino al trasferimento a Brento avvenuto tra il 1725 e il 1728. A Brento di Monzuno, nella località di Cà di Mazza si svilupperà il ramo principale della famiglia, quello derivante da Francesco Maria, che qui continuerà ad esercitare la professione dell’archibugeria fino al 1840. Altri componenti della famiglia si sposteranno in altre località della provincia di Bologna, tra questi, Angelo Negroni che è l’autore dell’acciarino alla fiorentina firmato ‘Il Negroni in Casalechio’ dell’Armeria Reale di Torino. C’è poi Giovanni Battista Negroni, che nasce a Livergnano e qui lavora prima di spostarsi a Loiano e a Fontanelice: intorno al 1730 si trasferisce ad Anghiari, nel Granducato di Toscana, portando con sé la cifra stilistica dei Negroni e influenzando così lo sviluppo della scuola anghiarese”.
Diversi autori di oplologia sono concordi nell’affermare che l’attività italiana di archibugeria, quindi anche quella emiliano-romagnola, abbia avuto una radice bresciana trasportata da armaioli trasferitisi per motivi diversi da quell’area geografica, famosa per la produzione di armi fin dall’antichità. Lei ha trovato qualche traccia su tale aspetto?
“Purtroppo non ho trovato alcun elemento, a sostegno oppure a smentita di questa tesi. Agostino Gaibi affermava che i Negroni si fossero spostati a sud, partendo da Brescia e insediandosi nel bolognese all’inizio del ‘600. I documenti che ho rintracciato, relativi ai primissimi anni del XVII secolo, ci mostrano invece una famiglia che è pienamente bolognese e non parrebbe provenire da altri luoghi. Perciò, un’eventuale ‘migrazione a sud’, se effettivamente esistita, deve essere retrodatata almeno alla metà del ‘500. Mi riprometto comunque di cercare di indagare ulteriormente questo aspetto in futuro”.
In un certo modo il suo lavoro spariglia un po’ quello che si conosceva degli Acquafresca, i quali, a quanto pare, ad un certo punto lasciarono l’attività di armaioli passando ad altro mestiere. Restarono i Negroni a portare avanti la “bandiera locale”.
“Che i Negroni siano subentrati agli Acquafresca nel mercato delle armi da fuoco è suggerito da Luigi Fantini nel suo volume ‘Case e torri antiche dell’Appennino bolognese’, riprendendo una testimonianza di Giovanni Battista Comelli, che doveva disporre di fonti di prima mano, dal momento che la sua famiglia era originaria di Bargi e vi possedeva una villa. Comelli scriveva che Pietro Antonio Acquafresca, l’ultimo armaiolo della famiglia morto il 13 novembre 1809, ‘raccomandava ai figli la continuazione dell’onorato mestiere paterno, ma gli rispondevano di cavarsela meglio coll’esercizio dell’agricoltura’; e già a quei tempi erano più divulgate le armi della fabbrica di Brento”.
Ringraziamo la gentilissima Carmen Santi per la disponibilità, rivolgendole sinceri complimenti per il lavoro di ricerca svolto. Il libro è un’importante fonte di notizie e aggiornamenti per gli appassionati di oplologia venatoria antica. La storia degli archibugiari emiliano-romagnoli è antica e molto più vasta di quanto si possa supporre. È storia del territorio e della sua gente.
Tratto da “Gli archibugiari bolognesi Negroni”, di Roberto Aguzzoni, Caccia & Tiro 02/2023.
La ricerca divenuta il libro “Celebris ballistarum ignearum faber – I Negroni, dinastia di archibugiari bolognesi” – ed. Gruppo di Studi Progetto 10 righe, è stata condotta da una giovane ricercatrice, Carmen Santi.




