L’incidente di Magione, in provincia di Perugia, in cui hanno perso la vita due giovani fratelli mentre cercavano di recuperare un volantino da richiamo per la caccia al colombo che stavano addestrando, ha scosso profondamente l’opinione pubblica locale e non solo. La morte di due ragazzi, giovanissimi, è una tragedia assoluta, un vuoto incolmabile per una famiglia e una comunità. Tuttavia, nel momento in cui la notizia si è diffusa, le bacheche social si sono riempite di commenti che definire vergognosi è un eufemismo: non solo insulti alla memoria dei defunti, ma la rappresentazione concreta del fallimento del senso civico. Aldilà del caso specifico, il fenomeno richiede una riflessione attenta da parte delle Istituzioni e dell’intera collettività: siamo disposti a tollerare una società dove la morte o l’incidente occorso a un essere umano vengono celebrati in nome di una presunta superiorità morale, fisica, religiosa, di orientamento sessuale o altro? E si può andare oltre: l’odio che ha colpito i fratelli di Magione è lo stesso rivolto ai medici per le scelte terapeutiche, ai ricercatori scientifici impegnati nella sperimentazione o ai veterinari, rei di non essere sacerdoti laici al servizio – gratuito magari – degli animali. È una “democrazia dell’insulto” dove la competenza e il dolore vengono calpestati dall’ideologia personale o dal dogma del momento. L’odio social, rimanendo nel nostro campo, non colpisce solo chi imbraccia un fucile; colpisce chiunque non si allinei a certi dogmatismi o non risponda a ben precisi modelli comportamentali nei confronti di animali e ambiente. Il mondo agricolo e dell’allevamento è diventato l’altro grande fronte di questo conflitto digitale. Associazioni come Coldiretti e Confagricoltura ad esempio, denunciano da tempo come agricoltori e allevatori siano fatti oggetto di attacchi feroci, spesso basati su una percezione distorta della natura e del ciclo della vita. L’agricoltore non è più visto come custode del territorio, ma demonizzato da un estremismo che, paradossalmente, in nome della sensibilità animale perde ogni briciolo di empatia umana. Non si tratta più di opinioni, magari espresse in modo colorito e acceso. Siamo di fronte a una deriva in cui l’ideologia animalista, portata all’eccesso, attribuisce alla vita animale un valore superiore alla pietà umana. La politica e la magistratura devono agire. Non è più tempo di derubricare questi commenti a semplici “sfoghi di fanatici”. Sono atti di violenza psicologica che colpiscono famiglie già devastate dal lutto e che istigano azioni anche fisiche, mettendo a rischio le persone e l’ordine pubblico. L’odio non è più solo un attacco alla persona, ma ha un intento – che varrebbe la pena indagare quanto pianificato e guidato – di delegittimare un’attività legale e regolamentata, spesso utilizzando tragedie personali come grimaldello ideologico. A esprimere la propria vicinanza e condannare lo sciacallaggio, anche in questa occasione è stato l’intero mondo venatorio. Ma bisogna andare oltre l’indignazione. Massimo Buconi, Presidente Nazionale di Federcaccia, ha ribadito la necessità di perseguire legalmente chiunque utilizzi i social per diffamare o gioire delle disgrazie altrui. Già in passato, Federcaccia aveva proposto emendamenti specifici volti a tutelare non solo la figura del cacciatore, ma più in generale la dignità umana di fronte alle aggressioni mediatiche. Misure che nascono dalla consapevolezza che il mondo della caccia è spesso il bersaglio di un odio che poi come ognuno di noi può verificare facilmente, si estende ad altri settori. Le proposte di FIdC non sono una difesa corporativa, ma un richiamo al rispetto della vita e del dolore, valori che devono restare al di sopra di ogni schieramento o passione personale. Se la morte di un essere umano può essere celebrata pubblicamente e il dolore di familiari e amici deriso senza conseguenze, il rischio è l’anarchia morale. La politica ha il dovere di recepire queste istanze: servono strumenti giuridici rapidi per oscurare l’odio e colpire i responsabili. Solo attraverso una sinergia tra leggi severe, educazione digitale e fermezza associativa potremo sperare che il prossimo lutto non venga profanato dal rumore sordo di una tastiera carica d’odio.
“Primo piano”, di Marco Ramanzini, Caccia & Tiro 05/2026.
Solo attraverso una sinergia tra leggi severe, educazione digitale e fermezza associativa potremo sperare che il prossimo lutto non venga profanato dal rumore sordo di una tastiera carica d’odio – Immagine creata con Gemini AI


